Nel mondo scientifico, purtroppo, sembra che il conformismo stia diventando un fenomeno sempre più diffuso. Ipotesi che vengono confermate da un singolo studio diventano rapidamente esempi per altri autori che trovano il modo di pubblicare i loro lavori, magari diversi solo per pochi aspetti, anche se questi poco aggiungono a quanto già scritto nei primi lavori pubblicati, venendo così a costituire vere e proprie “mode scientifiche”. Questo fenomeno, che si può definire un vero e proprio “conformismo scientifico”, si impone poi quando una o alcune riviste decidono di far propri i presupposti delle suddette teorie, facendoli diventare parte integrante della propria “linea editoriale”, per cui l’impostazione iniziale diventa più difficile da criticare e tantomeno modificare.
Infatti, una volta che una rivista prestigiosa o molto apprezzata decide di inglobare quei presupposti iniziali nella propria linea editoriale, allo scopo magari di aumentare il raggio dei propri lettori, o con altri scopi non sempre esplicitamente dichiarati, spesso le proposte successive, se divergenti dagli studi pubblicati, hanno inferiori probabilità di essere accolte. Invece, se convergenti con la linea della rivista, hanno maggori probabilità di essere pubblicate, anche se il valore scientifico dei lavori stessi non è davvero rilevante.
È esperienza personale e di altri colleghi avere inviato comunicazioni scientifiche su argomenti controversi a note riviste internazionali, ricevendo risposte non convincenti per la loro mancata pubblicazione.
Questa situazione ci ha ricordato, passando dal mondo scientifico al mondo artistico, alla fine del XIX secolo, quando i canoni dell’Arte (con la maiuscola) erano fermamente difesi nella Inghilterra vittoriana da una istituzione prestigiosa: la Royal Academy of Arts (RAA), che organizzava esposizioni annuali delle opere ritenute migliori. Gli artisti dovevano sottoporre prima le proprie opere alla Royal Academy per essere considerati degni di comparire nelle mostre. In questo modo, venne a formarsi una vera e propria élite di artisti che avevano accesso alle mostre della RAA ed avevano riconoscimento solo per questo.
La loro arte, però, era piuttosto conformista, tutta basata sull’adesione ai canoni classici, senza più niente di nuovo o originale. Ciò aveva creato un notevole scontento in coloro che poi avrebbero creato un gruppo indipendente: questo gruppo decise di esporre in una diversa mostra, intitolata appunto “Not the Royal Academy“, per sottolineare la loro opposizione al conformismo imperante.
Così noi, per evidenziare la nostra opposizone al conformismo scientifico, abbiamo deciso di chiamare questa sezione della Rivista “Not the Lancet“, dove pubblicare lavori originali, anche basati su tesi ardite, che sono stati rifiutati dal “Mainstream”.
Lucio Sibilia e Stefania Borgo