Anno 2026 anno XXI N1

NOT THE LANCET*

Egregio Direttore,

abbiamo apprezzato la lettera di Borgo e colleghi che propone la sindrome di Gilbert come potenziale stato di vulnerabilità biologica in cui sintomi somatici non specifici, tra cui affaticamento, iperattività del sistema nervoso autonomo e abbassamento della soglia del dolore, possono essere percepiti come clinicamente significativi e, in alcuni pazienti, potenzialmente ricorrenti nel tempo. Questa prospettiva è preziosa perché invita a passare da etichette diagnostiche statiche a modelli dinamici che integrano vulnerabilità, fattori scatenanti e traiettorie sintomatologiche.

Un approccio costruttivo consiste nel testare questa ipotesi con metodi già adottati nell’epidemiologia psichiatrica e nella psicofisiologia clinica. Studi prospettici, preregistrati e intra-individuali potrebbero combinare valutazioni ripetute dei sintomi mediante strumenti validati con misurazioni parallele dei livelli di bilirubina, parametri del sonno, marcatori di stress ed esposizione ai farmaci. Questo insieme di dati potrebbe quindi essere collegato a indici ambientali oggettivi, tra cui l’attività geomagnetica e i parametri legati all’attività solare, tenendo conto della stagionalità e delle variabili meteorologiche. Gli approcci a ritardo distribuito e a effetti misti consentirebbero di separare le fluttuazioni a breve termine dalle tendenze di fondo e aiuterebbero a quantificare l’entità dell’effetto, la finestra temporale e la suscettibilità individuale.

È importante sottolineare che anche un risultato nullo sarebbe informativo, perché aiuterebbe a delimitare quali modelli sintomatologici sono meglio spiegati da fattori scatenanti noti nella sindrome di Gilbert, ad esempio digiuno, infezioni e stress, e quali modelli potrebbero riflettere processi psicobiologici più ampi rilevanti per le manifestazioni somatoformi. Viceversa, un’associazione riproducibile aprirebbe una nuova linea di ricerca sui meccanismi sensoriali e autonomici, oltre al metabolismo epatico, che potrebbe fornire informazioni utili sia per la consulenza ai pazienti sia per interventi non farmacologici mirati alla riduzione dell’iperattività.

Accogliamo quindi con favore questa lettera, che mira a generare ipotesi, come un invito a costruire un programma di ricerca condiviso e verificabile che colleghi epatologia, psicofisiologia e scienza dell’esposizione ambientale, in linea con le implicazioni cliniche sollevate dalle stime del carico di malattia di Siig e colleghi.

Cordiali saluti,

Dott. Giovanni Ghirga
Pediatra
Comitato Scientifico dei Medici per l’Ambiente
Società Internazionale dei Medici per l’Ambiente (ISDE, Italia)
ghirgagiovanni@gmail.com

*Risposta a “TO THE EDITOR – LANCET PSYCHIATRY” in Psychomed nn. 1-2-3 Anno XX – 2025 pg.107

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *