Anno 2025 Anno XX

EMOZIONI E CONTROLLO MOTORIO: IL PROGRAMMA MOTORIO PUÒ SCOMPARIRE? ANALISI CRITICA E INDAGINE PRELIMINARE DEI TUFFI SECONDO LE TEORIE COMPUTAZIONALE ED ECOLOGICA DEL MOVIMENTO

Riassunto

Introduzione. Nei tuffi di alto livello, si osservano episodi di improvvisa interruzione del controllo motorio, comunemente denominati “il nero” o blackout motorio. Tali episodi si caratterizzano per un’improvvisa perdita della capacità di percepire, rappresentare o regolare il movimento, con implicazioni significative per la performance e la sicurezza dell’atleta.

Obiettivi. Questa relazione si propone di analizzare il blackout motorio integrando la teoria computazionale e la teoria ecologica del controllo motorio, al fine di identificare i meccanismi neuro-cognitivi ed emotivi che ne sottendono l’insorgenza e di delineare strategie di intervento basate sull’evidenza. Ed aprire un campo di interesse a più approfondite ricerche.

Metodi. È stata condotta un’analisi teorica e comparativa dei modelli di controllo motorio e dei contributi della psicologia dello sport relativi alla relazione tra emozione, attenzione e coordinazione senso-motoria. Sono state inoltre considerate osservazioni preliminari su casi di atleti d’élite che hanno sperimentato il fenomeno.

Risultati. Dalla prospettiva computazionale, il blackout emerge come una disfunzione nel richiamo o nell’esecuzione del programma motorio interno, dovuta a interferenze tra controllo automatico e controllo consapevole, sovraccarico della memoria di lavoro o alterazione delle funzioni esecutive (inibizione, attenzione, flessibilità cognitiva). In termini ecologici, esso rappresenta una perdita di sintonizzazione tra percezione e azione, con una temporanea incapacità di percepire correttamente le affordances (possibilità, opportunità d’azione) ambientali. Le emozioni intense, in particolare paura e fatica mentale, influenzano negativamente la stabilità attentiva e la sincronizzazione neuromuscolare, generando una disorganizzazione dell’intero sistema senso-motorio.

Conclusioni. Si propone un modello integrato di intervento che combina tecniche di mental training, regolazione emotiva e attentiva, routine pre-performance, allenamento in contesti variabili e simulazioni di stress controllato. Tale approccio mira a potenziare la resilienza cognitivo-motoria e a ristabilire l’equilibrio tra corpo, ambiente e compito. La comprensione delle dinamiche emotive e percettive risulta cruciale non solo per la prevenzione e gestione del blackout motorio, ma anche per il mantenimento della performance ottimale e del benessere psicologico dell’atleta d’élite.

INTRODUZIONE

Da anni lavoro nel settore dei tuffi ad altissimo livello (Olimpionici e finalisti Mondiali), collaborando con atleti ed allenatori al fine di perfezionare le prestazioni, le strategie didattiche e i processi di apprendimento. Durante questa esperienza mi è capitato di osservare con una certa frequenza situazioni di forte impatto emotivo che hanno provocato un blocco improvviso prima del tuffo programmato, oppure uno sbaglio clamoroso e, più raramente, hanno provocato l’esecuzione di un tuffo diverso da quello previsto. 

Anche negli sport come la ginnastica artistica, dove c’è il rischio di dolore o danno fisico, alcuni atleti riportano l’esperienza improvvisa di un “vuoto mentale”, di un “buio”, di un “nero”, descritta come l’incapacità di visualizzare e percepire il movimento tecnico durante l’esecuzione. 

Questa condizione può manifestarsi come una perdita di orientamento nello spazio, descritta verbalmente come sensazione soggettiva di “essersi persi”. 

In alcuni casi, specialmente quando l’episodio si verifica dalla piattaforma, l’esperienza assume un carattere fortemente emotivo di angoscia e a volte traumatico. 

Dopo tali episodi, gli atleti possono sviluppare una marcata difficoltà nel ripetere il gesto tecnico o scegliere di evitarlo. Questo fenomeno apre un’importante area di intervento per la psicologia dello sport, sia in termini di prevenzione che di supporto al recupero, con l’obiettivo di promuovere il benessere mentale e la continuità della carriera sportiva. 

Di seguito riporto alcune frasi degli atleti stessi:

  • Atleta a fine carriera, sull’avvitamento rovesciato. “Paura! ho avuto un buio”. 
  • Mi sarei persaVedevo l’inizio…e poi la perdita, non sapevo dove e come stavo!”.
  • Mi fermavoil tuffo in quel momento non lo vedevoanche nella  visualizzazioni. Scompariva parte del tuffo. Dovevo farlo senza pensarlo”. 
  • Mi sono persa e aspettavo di capire con quale parte del corpo avrei impattato l’acqua”.
  • Periodo pre gara olimpica. “Sentivo che ero partita male, nell’avvitamento mi sono persa”
  • Avevo il rifiuto di fare i tuffi volevo smettere. In  allenamento non partivo. Non vedevo l’avvitamento”. 
  • Doppio e mezzo rovesciato da 10 metri. A metà carriera. “Vedevo nero, mi sono lanciato nel neroOk! … smetto, ma questo non è il momento”. 
  • Il vuotoUna fase dove non hai la gestione dei tuoi movimenti. Solitamente vedevo mentalmente!. Stanchezza mentale, non più fresco?”
  • Vedo il nero… mi blocco”.
  • Per un periodo mi sono buttato nel buio”.

Questa ricorrenza ha suscitato in me l’interesse ad esplorare più a fondo il problema: comprenderne la fenomenologia, definire meglio l’esperienza soggettiva dell’atleta e, soprattutto, individuare delle strategie efficaci per superare questi momenti di “stallo”. 

Prima di approfondire la specifica problematica è opportuno fare una premessa per coloro che non hanno familiarità con lo sport dei tuffi, illustrandone brevemente le caratteristiche e la natura del compito motorio richiesto agli atleti.

DESCRIZIONE DELLO SPORT, STRUTTURE, GARE, DEFINIZIONE DELLE CAPACITÀ NECESSARIE E TECNICA

AMBIENTE

Strutture

La pratica olimpica dei tuffi prevede competizioni in due distinte specialità: il trampolino e la piattaforma.

Il trampolino è un’asse in lega di alluminio posto a 3 metri dal livello dell’acqua, la cui elasticità è regolata da un fulcro che il tuffatore può spostare a proprio piacimento, modulando così la spinta e la flessibilità della tavola in funzione delle sue caratteristiche fisiche e del tuffo che deve eseguire. La piattaforma, invece, è un piano rigido in cemento, rivestito con materiale antiscivolo, situato a 10 metri di altezza.

Per facilitare la percezione visiva dell’altezza durante il volo, vengono adottati alcuni accorgimenti tecnici che rendono la superficie dell’acqua meno uniforme e quindi più visibile; ad esempio, l’uso di spruzzi d’acqua generati dal bordo vasca o la presenza di bolle d’aria che salgono dal fondo della piscina. Ciò consente all’atleta di valutare con maggiore precisione la propria altezza relativa durante l’esecuzione (nella fase di volo) del tuffo. 

Durante la gara, l’atleta è tenuto a eseguire un numero fisso di tuffi, scelti e consegnati, prima della gara ai giudici tra quelli codificati in tabelle ufficiali in base alla tipologia e al grado di difficoltà.

Lo sport dei tuffi presenta, in generale, una prevalente costanza ambientale. Questo lo inserisce nella suddivisione cognitiva degli sport definiti “closed skill”, con una certa percentuale di rischio e pericolosità. Tuttavia, esistono alcune leggere componenti di variabilità che possono influenzare la performance: superfici di stacco più o meno scivolose (per esempio, per usura), trampolini con leggere differenze dovute al montaggio o piccole differenze di materiali; oppure, nelle competizioni all’aperto, la presenza di fattori climatici particolari, primo tra tutti il vento.

Anche le strutture delle piscine possono variare: elementi architettonici come vetrate o pareti riflettenti possono disorientare l’atleta e compromettere la chiarezza dei punti di riferimento visivi durante le rotazioni. È possibile, poi, considerare l’orientamento del trampolino rispetto alla vasca, (sia lungo il lato maggiore che minore), in quanto tale configurazione può alterare i consueti punti di riferimento spaziali producendo traiettorie d’entrata con angoli differenti, più o meno acuti. Analogamente, è noto che il passaggio da una piscina al coperto ad una outdoor influenza una percezione spaziale e l’orientamento dell’atleta che ha bisogno di un certo tempo per adattarsi. 

Tempi e modalità di Gara

Le competizioni si articolano generalmente su più giornate, includendo fasi di qualificazione, semifinali e finali. In alcuni casi, le semifinali si svolgono nella sessione mattutina e le finali in quella pomeridiana. Nelle qualificazioni olimpiche, a causa dell’elevato numero di atleti iscritti e dell’obbligo di eseguire cinque o sei tuffi per ciascun partecipante, la gara può avere inizio al mattino e concludersi nel pomeriggio. Al tuffatore, dopo il riscaldamento iniziale, è richiesto di effettuare un tuffo all’incirca ogni 45 minuti. Questo comporta la necessità di ripetere più volte le fasi di riscaldamento fisico e di preparazione mentale. In condizioni ordinarie, i tempi di gara risultano generalmente più contenuti.

La durata dell’esecuzione del tuffo è compresa tra 1,3 e 1,5 secondi. In questo intervallo temporale, l’atleta completa tutte le rotazioni previste attorno ai diversi assi corporei, secondo la combinazione specifica del tuffo, fino a raggiungere un allineamento corporeo perpendicolare alla superficie dell’acqua al momento dell’ingresso.

Le rotazioni possono essere eseguite in alcuni tuffi in tutti e tre gli assi.

COMPITO/AMBIENTE

Il tuffo

Può essere effettuato da fermo oppure con rincorsa sia dal trampolino che dalla piattaforma.

  1. Partenza: da fermo (trampolino da 1 metro e 3 metri; piattaforma)

Per prima cosa è fondamentale curare la posizione di partenza: la muscolatura di gambe, glutei e addome deve essere tesa, come i gomiti e le mani, la testa deve essere dritta con sguardo avanti e il peso del corpo sugli avampiede. Le braccia possono essere aperte lateralmente all’altezza delle spalle oppure tese in alto.

N.B: Nel caso della piattaforma, la spinta iniziale avviene sempre da una superficie rigida sia nei tuffi da fermo che con rincorsa. La spinta e lo stacco sono completamente generati dalla muscolatura dell’atleta

Esecuzione

L’esecuzione del molleggio (facoltativo) è finalizzata a muovere il trampolino grazie alla pressione effettuata dai soli piedi, tramite un’escursione dei talloni, mantenendo invariata la posizione e la tensione del resto del corpo. Una volta raggiunta la posizione tesa, in allineamento e con le braccia tese, si esegue il caricamento di gambe, durante il quale il busto rimane eretto e in tensione. La circonduzione di braccia deve essere a braccia tese, il più larga possibile e con le spalle ferme ma l’articolazione scapolo-omerale libera.

Lo stacco, da eseguire a circonduzione terminata, prevede un portamento e una tensione del corpo allineato sulla verticale di spinta. 

Tuffi raggruppati

Le ginocchia vengono portate verso il busto e le mani afferrano le tibie tirando le cosce strette al torace e i talloni vicini ai glutei, lo sguardo è avanti. Per raggiungere la posizione di entrata in acqua le gambe vengono distese in alto e le braccia distese verso l’acqua. Le mani si afferrano per “bucare la superficie”.

Tuffi carpiati

Le gambe si alzano tese verso il busto, mentre braccia e il busto vanno leggermente incontro ad esse. Gambe e busto devono essere il più possibile vicini, con le mani che toccano le dita dei piedi e lo sguardo ad essi. Per raggiungere la posizione di entrata in acqua le gambe vengono distese in alto e le braccia distese verso l’acqua. Le mani si afferrano per “bucare la superficie”.

Tuffi con avvitamento

Con il corpo disteso, le braccia innescano una rotazione lungo l’asse longitudinale del corpo o in senso orario o all’opposto.

L’entrata. Al momento dell’impatto con l’acqua il portamento del corpo deve essere teso e allineato perpendicolarmente alla superficie dell’acqua, con gambe glutei e addome in tensione e perpendicolare rispetto alla superficie. Le mani prese tra loro, fissano le braccia e i gomiti come prolungamento del corpo. Le mani si afferrano per “bucare la superficie”. 

Fase subacquea. Una volta immerso, l’atleta apre le braccia lateralmente mantenendo testa e spalle stabili, mentre le ginocchia si flettono e il bacino viene mantenuto in retroversione. In questa fase si esegue una capovolta subacquea, finalizzata a rallentare la velocità di discesa e a ridurre la quantità di schizzi generati al momento dell’ingresso in acqua.

Nel caso dei tuffi dalla piattaforma, la spinta iniziale avviene su una superficie rigida in ambedue i casi della partenza, sia da fermo che con rincorsa, a differenza di quanto accade nel trampolino che è estremamente mobile.

  • Tuffi con rincorsa (trampolino da 1 m e 3 m)

Nei tuffi eseguiti da trampolino, l’atleta sfrutta l’elasticità della tavola, precedentemente caricata mediante l’azione ritmica della rincorsa e dello stacco, per ottenere la spinta verticale necessaria al completamento delle rotazioni. Il corretto utilizzo della tavola è fondamentale per l’altezza, la velocità angolare e la precisione del tuffo.

Rotazioni. Per completare la descrizione tecnica è necessario un breve accenno alle tipologie di rotazione, che possono essere in avanti, all’indietro o in avvitamento lungo l’asse longitudinale del corpo. Il numero di rotazioni e la loro combinazione determinano il coefficiente di difficoltà (CD) del tuffo, il quale viene moltiplicato per il punteggio assegnato all’esecuzione da parte della giuria. Si possono quindi effettuare, nello stesso tuffo, combinazioni di rotazione su assi diversi, che ne aumentano la complessità coordinativa del gesto atletico.

ATLETA-COMPONENTI FISICHE

Nell’analisi della prestazione dei tuffi è importante procedere ed osservare le capacità fisico/cognitive necessarie all’atleta per svolgere il compito.

Le componenti condizionali della forza nel tuffatore

Nel tuffatore risultano necessarie tutte le componenti della forza, sebbene con gradi differenti di incidenza a seconda delle fasi del gesto tecnico. Le principali espressioni della forza coinvolte sono: forza massima, forza esplosiva, forza veloce, forza reattiva e forza resistente. Nessuna di queste risulta totalmente preponderante, ma ciascuna assume un ruolo specifico e funzionale all’esecuzione ottimale della performance. La forza esplosiva degli arti inferiori risulta avere comunque un aspetto molto importante.

La mobilità articolare rappresenta un’ulteriore componente determinante della performance nei tuffi. In particolare, una buona mobilità dell’articolazione scapolo-omerale, così come una mobilità generale del tronco e degli arti inferiori, costituisce un prerequisito essenziale per l’esecuzione efficace delle rotazioni. Tali capacità risultano fondamentali nelle fasi di chiusura/apertura, carpiatura e più in generale durante le fasi di stacco e di volo.

ATLETA-COMPONENTI MENTALI

Proseguendo nell’analisi della performance atletica, risulta di fondamentale importanza approfondire il ruolo delle funzioni cognitive coinvolte nei processi di apprendimento motorio e nell’ottimizzazione dell’allenamento.

Le capacità cognitive, infatti, influenzano in modo significativo la qualità dell’acquisizione delle abilità motorie, la gestione dell’attenzione, la presa di decisione e l’adattamento alle variabili ambientali e contestuali durante l’esecuzione del gesto tecnico.

Le componenti coordinative nel tuffatore rivestono, poi, un ruolo fondamentale ai fini dell’efficacia tecnica e della qualità del gesto motorio.

Tra le capacità più rilevanti si evidenziano:

  • la capacità di controllo motorio, in particolare nella combinazione motoria e nella differenziazione cinestesica;
  • la capacità di controllo e adattamento del movimento, nelle sue componenti di equilibrioritmo eorientamento spazio-temporale;
  • infine, la capacità di adattamento percettivo-motorio, che comprende la capacità di reazione motoria e ditrasformazione motoria in risposta a stimoli esterni.

Questa suddivisione è molto utile a fini didattici, per l’allenamento giovanile e per analizzare componenti specifiche del gesto motorio. Il motor learning si occupa di studiare come le abilità motorie vengano acquisite, stabilizzate e trasferite nel tempo. Quando impariamo un nuovo movimento (come lanciare una palla, andare in bicicletta o suonare uno strumento), il nostro cervello registra diverse informazioni: da dove partiamo (condizioni iniziali), come ci muoviamo (risposta motoria), cosa succede dopo il movimento (conseguenze) e infine, cosa impariamo da quello che è successo (feedback). Tutte queste informazioni vengono raccolte e salvate in una “memoria interna”Questa memoria ci aiuta a scegliere la soluzione migliore ogni volta che dobbiamo ripetere quel movimento, anche in situazioni diverse. Un punto importante è che fare pratica variando le condizioni (per esempio cambiare leggermente l’ambiente o le modalità di esecuzione aiuta il cervello a costruire soluzioni più flessibili e resistenti)Diventiamo così, capaci di usare le abilità apprese anche in contesti nuovi o imprevisti.

Nel campo delle neuroscienze, particolare attenzione è rivolta allo studio dell’interazione tra attività motoria e sviluppo cognitivo. In questo ambito, le funzioni cognitive di maggiore interesse sono l’attenzione, la memoria e le funzioni esecutive. Il termine funzioni esecutive si riferisce a un insieme articolato di processi cognitivi superiori, responsabili della regolazione e del controllo del comportamento finalizzato. Sebbene queste comprendano una vasta gamma di abilità, prenderemo in considerazione, in questo scritto, le tre componenti ritenute fondamentali in letteratura:

  1. Inibizione = capacità di sopprimere risposte automatiche o non appropriate.
  2. Memoria di lavoro = abilità di mantenere e manipolare informazioni per brevi periodi.
  3. Flessibilità cognitiva = capacità di modificare strategie o punti di vista in risposta a stimoli mutevoli o nuovi.

Tali funzioni sono strettamente connesse alla capacità di gestire efficacemente l’attenzione durante l’apprendimento e l’esecuzione di compiti motori e risultano quindi centrali sia nei processi di sviluppo motorio di un atleta che nelle pratiche di allenamento sportivo. 

TEORIE DEL CONTROLLO MOTORIO

Nell’ambito delle teorie del controllo motorio, in campo applicativo e per gli scopi di questo articolo, faremo riferimento a due principali modelli teorici, integrandoli.  Il primo equipara il funzionamento del cervello paragonandolo a quello di un computer (Motor Program Theory) e l’altro chiamato Modello Ecologico vede nell’interazione naturale e costante tra organismo (corpo), ambiente e compito un tipo di percezione diretta che non ha bisogno di un’ulteriore elaborazione cognitiva. Il comportamento motorio emerge in modo adattativo e flessibile dalle possibilità di azione percepite dall’atleta in un determinato contesto.

Mentre trovo molto interessante il modello ecologico per spiegare l’apprendimento motorio in età evolutiva e/o con atleti molto giovani, per quel che riguarda gli atleti di alto livello preferisco fare riferimento, per i motivi che spiegherò successivamente, al modello computazionale. 

Secondo la teoria dell’apprendimento motorio basata sul modello computazionale proposto da Schmidt e Wrisberg, lo sviluppo delle abilità motorie si articola attraverso una progressione di fasi distinte, che riflettono un graduale cambiamento nel carico cognitivo richiesto per l’esecuzione del compito. La prima fase è quella cognitiva, in cui l’esecuzione del movimento è volontaria e richiede un elevato impegno mentale e un dispiego notevole di risorse. In questo stadio, l’individuo deve elaborare consapevolmente ogni componente dell’azione motoria, utilizzando feedback interni ed esterni per correggere e adattare il gesto. Segue la fase associativa, in cui la prestazione motoria diventa progressivamente più fluida e precisa, grazie alla stabilizzazione delle sequenze motorie e alla riduzione degli errori. L’elaborazione cognitiva cosciente diminuisce, poiché l’atleta comincia a sviluppare schemi motori consolidati, sebbene il controllo esecutivo rimanga ancora necessario per l’adattamento a situazioni variabili. Infine, si raggiunge la fase autonoma, caratterizzata da un’elevata automatizzazione del gesto motorio. In questo stadio, le abilità sono eseguite in modo fluido, efficiente e con un impiego minimo delle risorse cognitive, anche in presenza di compiti complessi o nell’esecuzione di sequenze motorie prolungate. Il controllo cosciente viene progressivamente sostituito da meccanismi di regolazione automatica, consentendo all’atleta di concentrare l’attenzione su aspetti tattici, decisionali o ambientali. Questo processo riflette una transizione da un controllo prevalentemente deliberato ad uno automatizzato, che rappresenta l’obiettivo finale dell’allenamento motorio orientato alla performance. Sempre secondo le teorie dell’apprendimento motorio, è fondamentale promuovere la formazione di schemi motori generali, ovvero rappresentazioni astratte del movimento che consentono di eseguire azioni in modo adattabile e flessibile in contesti variabili. Ogni esecuzione motoria fornisce informazioni di ritorno (feedback) che contribuiscono ad aggiornare e raffinare tali schemi. Questo processo di adattamento avviene sia attraverso il feedback intrinseco(come le sensazioni propriocettive e tattili), sia tramite un feedback estrinseco (come quello visivo, ad esempio tramite la visione di un video, oppure il feedback verbale, descrizione dell’accaduto da parte di un istruttore/allenatore). Un apprendimento motorio ottimale è inoltre facilitato da una pratica distribuita, variata e randomizzata, che si è dimostrata più efficace rispetto a una pratica massiva e ripetitiva per il consolidamento a lungo termine delle abilità. Infine, è importante considerare inoltre che l’attenzione e il tipo di focus (focus interno/esterno) influenzano l’efficacia dell’apprendimento motorio.

A questo punto, risulta pertinente interrogarsi sull’esistenza di una rappresentazione mentale stabile e completa della sequenza motoria del tuffo, in accordo con la teoria dello schema motorio di Schmidt. Secondo tale teoria, l’esecuzione di un movimento complesso come il tuffo presuppone l’attivazione di un programma motorio generalizzato, basato su rappresentazioni acquisite attraverso l’esperienza e l’allenamento. Tuttavia, la qualità e l’efficacia di tale rappresentazione può essere influenzate da una serie di variabili contestuali.

Le evidenze scientifiche che confermano tale modello sono costituite dagli studi di neurofisiologia che mostrano come alcune aree corticali (come la corteccia parietale e premotoria) contengano rappresentazioni neurali astratte del movimento, coerenti con l’idea di “modelli interni”. Il concetto di modello interno predittivo (“forward model”), poi, è supportato da dati neurofisiologici relativi ad attività del cervelletto e di alcune aree della corteccia motoria. Il cervello è capace di anticipare le conseguenze motorie delle azioni, correggendole prima ancora che l’errore venga percepito consapevolmente (questo supporta l’idea che esistano meccanismi computazionali predittivi, come quelli usati nei modelli feedforward o nei controller adattivi). In altre parole, il concetto di modello interno predittivo (forward model) è fondamentale per comprendere il controllo motorio negli sport ad alta complessità, come la ginnastica artistica o i tuffi. Si tratta di un meccanismo neurale con cui il cervello, in particolare attraverso ilcervelletto e la corteccia motoria, anticipa le conseguenze sensoriali di un’azione prima ancora che essa venga completata. In pratica, il cervello “simula” internamente il movimento prima della sua esecuzione, basandosi sull’esperienza passata e sull’apprendimento motorio. Questo permette agli atleti di eseguire gesti rapidi, complessi e precisi senza dover controllare consciamente ogni singolo passaggio. L’essere umano, inoltre, si comporta come seottimizzasse certi costi, come il consumo energetico, il tempo o la precisione (es. legge di Fitts, principio di minimo lavoro muscolare). Questo è coerente con l’approccio computazionale, che spesso considera il movimento eseguito come la soluzione di un problema di ottimizzazione. I modelli computazionali spiegano, quindi molto bene come il cervello adatta il controllo motorio in base all’errore (es. in compiti di reaching con perturbazioni). Il concetto dierror-based learning calibrazione continua del modello interno è ampiamente confermato da esperimenti quali, ad esempio, quelli con  “visuomotor rotation”.

Figura: Da Rossi, Cortili e Saibene, (1995)

Nell’interazione professionale con gli allenatori e gli atleti, preferisco utilizzare questo modello che mi dà la possibilità di disporre di una chiara base teorica per consigliare esercizi che diano modo di effettuare ripetizioni con variabili contestuali diverse e tali da creare flessibilità e generalizzazione dello schema motorio. Ho chiesto anche di diminuire progressivamente i feedback sia verbali che visivi (molto utilizzato l’IPad) per stimolare l’auto-regolazione dell’atleta. L’allenatore guida il processo cognitivo di apprendimento, stimolando auto-valutazioni e aumentando così la consapevolezza del movimento.

Una critica al modello di Schmidt è che nella pratica, le capacità motorie interagiscono costantemente tra loro. Questa teoria non considera pienamente il ruolo situazionale (contesto in generale): l’ambiente e l’obiettivo influenzano fortemente l’esecuzione del movimento. Ovviamente questo ha un peso determinante nelle discipline open skills mentre influenza in maniera minore i tuffi essendo una disciplina closed skills. La suddivisione delle capacità condizionali e coordinative risulta essere ancora valida prevalentemente come strumento sia descrittivo che didattico soprattutto nelle fasi iniziali dell’apprendimento motorio. Tuttavia, non è sufficiente a spiegare la complessità del movimento in ambito sportivo avanzato, dove recentemente si preferiscono modelli dinamici e contestuali. Chi lavora nell’allenamento sportivo, nella riabilitazione o nella formazione motoria avanzata dovrebbe affiancare il modello classico con approcci più moderni e integrativi.

Penso sia utile dare un rapido sguardo al modello ecologico dell’apprendimento motorio, In tale modello non si pone più la domanda sull’esistenza o meno di una rappresentazione mentale interna e stabile della sequenza del tuffo, ma piuttosto sulla capacità dell’atleta di percepire e sfruttare le opportunità d’azione (“affordances”) offerte dall’ambiente in tempo reale. In questo approccio, l’azione non è il risultato dell’esecuzione di un programma motorio predefinito, ma di un processo continuo di percezione e azione che si adatta dinamicamente alle condizioni ambientali, al corpo dell’atleta e al compito richiesto. La coordinazione motoria emergerebbe quindi dall’interazione tra l’organismo (l’atleta), l’ambiente e il compito, in un sistema auto-organizzato. Questo implica che l’allenamento, secondo un approccio ecologico, debba esporre sistematicamente l’atleta a vincoli variabili e rappresentativi della realtà, al fine di promuovere l’esplorazione motoria, l’adattamento funzionale e lo sviluppo dell’autoregolazione. Secondo questo modello, l’atleta esperto agisce in modo adattivo rispetto alle affordances offerte dall’ambiente, in relazione ai vincoli specifici del compito e al proprio stato interno (fisico, emotivo, attentivo). Anche se l’azione appare “automatizzata” in termini di fluidità e stabilità, essa rimane in realtà altamente situata e sensibile al contesto. 

IPOTESI SUL BLOCCO MENTALE

Nel modello sistemico computazionale, che considera l’interazione tra ambiente, atleta e situazione, eventuali disallineamenti o interferenze tra questi elementi possono generare condizioni critiche per l’attivazione fluida del programma motorio. Fattori come stress ambientali, stato emotivo dell’atleta, imprevedibilità della situazione o ipercontrollo cosciente possono infatti compromettere l’accesso alla memoria procedurale e interferire con la pianificazione e l’esecuzione del gesto. È in questo contesto che si manifesta il fenomeno noto a chi pratica ginnastica artistica, come i twistiestwisties rappresentano un’improvvisa perdita di orientamento durante l’esecuzione di un movimento acrobatico. L’atleta, pur avendo ripetuto il gesto centinaia di volte in allenamento, improvvisamente non riesce più a “sentire” dove si trova nel corpo e nello spazio. Non riesce più a visualizzare mentalmente il gesto mentre lo esegue. Questo può portare a errori tecnici, blocchi motori o persino ad incidenti fisici, in quanto l’atleta non riesce a correggere la traiettoria del corpo in volo.

In tal senso, è ipotizzabile che un’interazione negativa tra queste componenti possa ostacolare l’attivazione del programma motorio, dando origine a fenomeni di blocco esecutivo o addirittura a episodi di blackout” mentale (il cosiddetto “nero”), osservabili in contesti di stress particolarmente elevato o in situazioni di instabilità emotiva, soprattutto se il programma motorio non è stato ben appreso e stabilizzato, o se avvengono cambiamenti legati alla condizione fisica (infortuni, burnout, allenamento sbagliato, ecc.). Tali manifestazioni possono essere interpretate come la risultante di un conflitto interno tra l’intenzione motoria e la sopravvenuta incapacità del sistema cognitivo-motorio di attivare in modo coerente la sequenza appresa. Questo suggerisce l’importanza di un approccio integrato all’allenamento, che non consideri solo la dimensione tecnica e condizionale, ma anche la stabilità delle rappresentazioni mentali e la loro resilienza nei confronti delle variabili situazionali.

Il blackout motorio, in questo modello, può verificarsi per varie ragioni, spesso connesse al malfunzionamento delle funzioni esecutive, tra cui:

  1. Interferenza cognitivaQuando l’atleta, anche inconsciamente, riattiva il controllo cosciente su un gesto automatizzato, può generarsi una forma di “paralisi da analisi”. Questo effetto si manifesta quando l’attenzione cosciente cerca di “correggere” o “monitorare” un gesto che dovrebbe essere gestito in modo automatico, sovraccaricando il sistema esecutivo. L’acquisizione e la riproduzione dei movimenti motori si fondano sull’elaborazione di schemi motori interni, consolidati all’interno della memoria procedurale. Con il perfezionamento della pratica, come nel caso di atleti esperti, l’esecuzione del gesto tende a diventare automatizzata, riducendo il ricorso ai processi cognitivi coscienti e alleggerendo il carico sulle funzioni esecutive. Tuttavia, anche durante la fase automatica del movimento, i processi di controllo esecutivo mantengono un ruolo attivo, intervenendo nella regolazione contestuale, nella correzione dell’errore, nella pianificazione delle azioni e nella gestione delle interferenze ambientali o cognitive. In tale prospettiva, il fenomeno del “blackout motorio” può essere interpretato come una discontinuità temporanea nei meccanismi di controllo esecutivo, tale da compromettere l’attivazione o la continuità del programma motorio in corso. 
  2. Conflitto attentivoL’attenzione esecutiva è deputata alla gestione delle priorità cognitive. In condizioni di stress, distrazione o insicurezza, può verificarsi un conflitto tra intenzione e controllo automatico, con il risultato che il gesto non viene più attivato correttamente. È il classico caso dell’atleta che “si ferma” prima dell’esecuzione, pur conoscendo perfettamente la sequenza motoria da eseguire.
  3. Sovraccarico della memoria di lavoro: Anche in atleti esperti, un sovraccarico cognitivo momentaneo (causato da pensieri intrusivi, pressione sociale, stanchezza, richiami tecnici dell’allenatore o auto-osservazione eccessiva) può ostacolare l’accesso al programma motorio, impedendo la fluida esecuzione del gesto. Il sovraccarico del modello interno predittivo avviene quando l’atleta perde fiducia nei propri automatismi o prova un’ansia intensa, il sistema nervoso può passare da un controllo automatico (subconscio) a un controllo deliberato (cosciente) del gesto. Questo cambiamento compromette la fluidità del movimento e interrompe il normale flusso motorio. Il cervelletto, che integra le informazioni sensoriali e motorie per mantenere l’equilibrio e la coordinazione, non riesce più a “prevedere” correttamente gli esiti del movimento. Di conseguenza, l’atleta perde la sincronizzazione tra percezione, previsione e azione.
  4. Disfunzione del controllo inibitorio: La perdita del controllo inibitorio può portare all’emersione di pensieri catastrofici (“e se sbaglio?”, “non me la sento”, “non ho la spinta giusta”), che interrompono la sequenza preparatoria automatizzata, generando uno stato di blocco. In questi casi, la mente esecutiva non riesce più a “frenare” l’interferenza di contenuti non funzionali.

Il blackout può essere descritto, nel modello computazionale, come una forma di freezing del sistema motorio, dovuta a un’interruzione nell’attivazione del programma motorio generalizzato causato o da una dissonanza tra controllo automatico e controllo cosciente o da un mancato supporto dell’attenzione esecutiva, che dovrebbe monitorare ma non invadere l’esecuzione. 

A livello pratico, si osserva un atleta che si prepara al tuffo, ma all’ultimo momento si blocca, oppure parte mainterrompe la sequenza senza cause visibili esterne. Ciò dimostra che, anche a livelli avanzati, l’automatizzazione non è assoluta: l’accesso al programma motorio può essere vulnerabile alle fluttuazioni delle funzioni esecutive.

Secondo il modello ecologico dell’apprendimento motorio eventuali difficoltà come il blocco motorio o il “nero mentale” non deriverebbero tanto da un’interruzione o mancata attivazione di una rappresentazione interna, quanto piuttosto da un fallimento nella percezione o nella regolazione dell’informazione ambientale rilevante. Per esempio, un cambiamento nella luce, dei riferimenti visivi o nella temperatura, un’alterazione dello stato emotivo oppure un’interferenza nella routine pre-performance potrebbero compromettere la capacità dell’atleta di rilevare correttamente le possibilità di azione necessarie per organizzare il movimento. Inoltre, secondo questa prospettiva, la variabilità e l’adattabilità sono elementi centrali dell’apprendimento: l’atleta esperto non si affida a una singola sequenza appresa, ma sviluppa una flessibilità percettivo-motoria che gli consente di rispondere in modo efficace a condizioni mutevoli. Un’interazione disfunzionale tra ambiente, corpo e vincoli del compito può tuttavia destabilizzare il sistema, portando a una disorganizzazione del comportamento motorio, che si manifesta appunto sotto forma di blocco o “disintegrazione” del gesto. 

Pertanto, il fenomeno del blackout motorio — anche in atleti di alto livello specialmente durante l’allenamento — può essere interpretato non come un errore di richiamo mnemonico di un programma motorio, ma come una rottura temporanea nell’informazione percettiva significativa per l’organizzazione dell’azione. In altre parole, l’atleta in quel momento non riesce a rilevare o interpretare correttamente le informazioni ambientali o corporee necessarie per attivare la coordinazione motoria adattiva. Questo può avvenire, ad esempio, quando a) l’ambiente è non informativo(assenza o confusione di segnali rilevanti), b) vi è una sovraesposizione all’errore o all’incertezza, che mina la fiducia nella percezione, c) intervengono stati interni disfunzionali (ansia, stanchezza, sovraccarico attentivo), d) vengono meno le routine percettivo-motorie consolidate per effetto di una variazione non gestita (es. cambio di altezza, luce o condizioni del trampolino). Nel linguaggio del modello ecologico, ciò si traduce in una perdita temporanea di calibrazione o sintonizzazione tra percezione e azione. Il gesto non si blocca perché “non è stato richiamato”, ma perché non riesce a emergere dal sistema organismo-compito-ambiente per mancanza di informazioni stabili su cui organizzarsi. Questo spiega anche perché questi blackout accadono soprattutto in allenamento, dove l’ambiente è percepito come sicuro e quindi meno attivante sul piano percettivo. In questi casi, una sotto stimolazione del sistemapuò ridurre la disponibilità di segnali informativi, impedendo l’attivazione dinamica del gesto.

Sintetizzando: per il modello computazionale, il blackout è un’interruzione nel richiamare il programma motorio interno; per il modello ecologico è una mancata sintonizzazione della relazione percezione-azione, cioè un fallimento nell’attivazione del comportamento emergente per mancanza (o confusione) dell’informazione necessaria. Nel contesto dell’apprendimento motorio e della prestazione esperta, il ruolo dell’attenzione esecutiva è quello di orientare selettivamente le risorse cognitive verso le informazioni rilevanti per il compito, ignorando quelle irrilevanti, mantenendo il focus, aggiornando la percezione e favorendo l’adattamento. Anche se il movimento è in apparenza automatizzato, la regolazione attentiva rimane “viva e dinamica”, soprattutto negli sport ad alta coordinazione come i tuffi o la ginnastica artistica.  Nel modello ecologico, l’attenzione non è vista come un “filtro interno” che opera isolatamente, ma come una funzione emergente del sistema percezione-azione. Essa serve a sintonizzarsi sulle possibilità di azione rilevanti, cioè sulle opportunità d’azione offerte in quel momento specifico dall’ambiente, in relazione allo stato dell’organismo. Dunque, un blackout motorio può effettivamente rappresentare una crisi attentiva, ma non per mancanza di controllo cognitivo volontario, bensì perché: l’atleta non riesce più a percepire chiaramente la possibilità di azione giusta (es. il momento dello stacco, la sensazione di altezza, la posizione nello spazio); l’ambiente smette di fornire segnali informativi chiari, o ne fornisce troppi e contraddittori;l’attenzione viene deviata da vincoli esterni o interni (rumori, pensieri intrusivi, aspettative); si rompe la coerenza tra percezione, attenzione e azione, e il gesto “non si attiva”. Questo è coerente con il concetto di “de-sintonizzazione percettiva” o “rottura della sintonizzazione”, tipico dell’approccio ecologico. 

Nel campo delle funzioni esecutive posso dire che il blackout può derivare da un sovraccarico della memoria di lavoro(es. troppe informazioni da gestire nello stesso momento) o da una disfunzione nella flessibilità cognitiva (es. incapacità di adattarsi nell’immediato a una variazione ambientale) o da una perdita del controllo inibitorio (es. emergere di pensieri catastrofici, autosvalutazione o paura). Quindi, il blackout potrebbe essere interpretato anche come una crisi dell’attenzione esecutiva ma, nel modello ecologico, questa crisi è vista come un’espressione sistemicae non come una “caduta del controllo interno”. É il sistema nel suo complesso che si disorganizza, non solo una sua funzione specifica e isolata.

ASPETTOMODELLO COMPUTAZIONALEMODELLO ECOLOGICO
Origine del blackoutInterruzione del programma motorio, crisi dell’attenzione esecutivaRottura nella percezione-azione, perdita di possibilità d’azione
Ruolo dell’attenzioneMeccanismo interno di controllo e monitoraggioProcesso emergente, direzionato dalle informazioni ambientali
SoluzioneRiduzione dell’interferenza cognitiva, gestione mentaleRafforzamento dell’esplorazione, allenamento in contesti variabili

SINTESI DELLE SOLUZIONI ADOTTATE PER IL SUPERAMENTO DEL BLACKOUT

Lo scopo degli interventi è una riduzione dell’interferenza cognitiva e della gestione delle risorse mentali. Ci sono interventi di tipo organizzativo, di modifica del training di allenamento e training mentali. Per esempio per sopperire al problema dell’ambientamento in nuove piscine, luoghi di competizione (vedi Olimpiadi), gli atleti si spostano con largo anticipo per provare il campo gara. Infatti una disciplina “closed” prevede un ambiente stabile e costante, ma ovviamente va preso in considerazione il contesto nel quale si svolge. Il nuovo ambiente richiede un adattamento ai nuovi stimoli percettivi dell’ambiente diverso. Da considerare anche che le componenti motorie del tuffo vengono influenzate in modo diverso dal nuovo contesto, infatti la fase di stacco e quelle di ingresso (apertura) sono più sensibili a interferenze. Il tuffatore deve comunque riadattarsi al nuovo ambiente per esempio una illuminazione della piscina diversa. Nelle piscine all’aperto, per esempio “nei tuffi nei quali sia prevista una rotazione contemporanea sui due assi del corpo (salti mortali con avvitamento), il controllo del movimento si basa esclusivamente su indizi temporali. È necessario allora eliminare attivamente la percezione e l’analisi di qualsiasi indizio visivo esterno allo scopo di non produrre sfasamenti temporali sulla sequenza interiorizzata, sfasamenti che sono dovuti al permanere anche il minimo dell’attenzione critica su uno spunto esterno. Altre informazioni di tipo visivo, per esempio i contrasti di luminosità, vengono, quando possibile, ampiamente utilizzati per localizzare la propria posizione nell’ambiente durante la fase di volo” (Bruna Rossi). Lo schema sottostante sintetizza le componenti che intervengono nel meccanismo di “blocco mentale”. Suggerisco la presenza di alcune variabili potenzialmente rilevanti nell’influenzare il blocco cognitivo. 

Alla luce di ciò, ho ritenuto opportuno avviare un’indagine più approfondita, finalizzata non solo a confermare tali evidenze preliminari, ma anche ad identificare le pratiche didattiche più efficaci per prevenire e affrontare questo fenomeno. 

L’esperienza diretta con gli atleti Olimpionici, finalisti ai Campionati Mondiali e Europei, mi spinge a considerare due fattori determinanti per l’instaurarsi del decadimento/blocco della prestazione: la fatica (fatica centrale e periferica) e la paura del danno fisico. Ovviamente le componenti cognitive possono attenuare o amplificare queste componenti. Dal punto di vista psicologico l’intervento effettuato deve considerare le peculiarità dei due processi, per intervenire sia in maniera preventiva che successiva al verificarsi di questo fenomeno. 

Per quel che riguarda la stanchezza si verifica una minore produzione di adrenalina e noradrenalina con minore efficienza cortico-cerebellare, aumento della percezione dello sforzo e riduzione della sincronizzazione neurale e minore capacità di agganciare il ritmo interno. Tutto questo a sua volta comporta un rallentato ritmo esecutivo e la precisione peggiora per “rumore neurale” e calo della coordinazione intramuscolare. C’è anche un tentativo di maggiore controllo che porta una maggiore fatica mentale con intervento dei processi volontari delle aree pre frontali. In sintesi: la stanchezza rallenta e destabilizza il ritmo, portando a un errore progressivo di temporizzazione e perdita di sincronizzazione tra pianificazione e esecuzione. Quanto detto può causare un aumento degli errori e, conseguentemente, degli infortuni.Per quanto riguarda la paura  invece, c’è da considerare che vengono attivate le due amigdale (struttura presente nel lobo temporale del cervello e più precisamente nel sistema limbico). L’attivazione di questo piccolo nucleo di sostanza grigia incrementa la tensione muscolare, la vigilanza automatica ed uno scarico corticale rapido (impulsività). Questo porta ad timing motorio accelerato per prepararsi all’azione, ad un movimento più rapido e meno controllato ed inoltre, ad un arousal aumentato che provoca un’alterazione del timing cerebellare ed una riduzione del feedback percettivo per il restringimento dell’attenzione.

L’intervento sul campo

Il mio intervento psicologico con gli atleti prevede una fase preliminare finalizzata ad accrescere la consapevolezza dei propri processi cognitivi ed emotivi nelle diverse fasi di costruzione della prestazione sportiva: allenamento, periodo pre-gara e gara. Tale fase ha l’obiettivo di favorire la capacità dell’atleta di riconoscere, comprendere e regolare i pensieri e gli stati emotivi che influenzano la qualità dell’esecuzione e la stabilità della performance.

Nei miei interventi professionali a bordo piscina mi piace richiamare le parole di un noto allenatore ucraino di tuffi Mykhaylo Ugryumov, il quale sosteneva che “l’impatto psicologico più efficace si ottiene attraverso l’intervento diretto del proprio allenatore, senza la mediazione di uno psicologo professionista”. In questa prospettiva, la collaborazione più produttiva si realizza proprio con l’allenatore, in particolare nell’affrontare problematiche relative alla stanchezza centrale e periferica, nonché ad altre difficoltà di natura generale. L’intervento psicologico avviene, su richiesta congiunta dell’allenatore e dell’atleta, nei casi in cui la dimensione emotiva, in particolare la paura e i processi cognitivi ad essa associati, interferiscano in modo significativo sulla prestazione. 

Ritengo importante osservare l’atleta sia in fase di allenamento che durante la competizione. Ricordando che, “l’artigiano” della costruzione della prestazione rimane l’allenatore, mentre l’atleta ne rappresenta l’esecutore fisico. Ad esempio, le correzioni relative al timing del tuffo, notoriamente più complesse rispetto a quelle di natura posturale, devono essere calibrate in funzione sia del livello tecnico dell’esecuzione sia dello stato di affaticamento dell’atleta, elementi che influenzano la precisione dell’esecuzione e della qualità della risposta neuromuscolare. Inoltre sappiamo, come sopracitato, che quando ci sono rotazioni su più assi gli atleti non utilizzano stimoli visivi bensì un timing interno. Quindi alcuni tuffi sono più esposti alle interferenze di tipo cognitivo di altri. Queste conoscenze devono essere patrimonio condiviso dall’allenatore e dallo staff tecnico. 

Un intervento “tipo”

L’intervento è stato attivato, su richiesta congiunta dell’allenatore e dell’atleta, perché la dimensione emotiva, in particolare la paura e i processi cognitivi ad essa correlati, interferivano in maniera significativa con la prestazione. Ho ritenuto quindi necessario e fondamentale osservare l’atleta sia durante le fasi di allenamento sia nel contesto competitivo, per analizzare in modo approfondito le dinamiche psicofisiche e relazionali che influenzavano la qualità della performance.

Processi mentali coinvolti

FunzioneRuoloEffetto della pauraEffetto della stanchezza
AttenzioneSeleziona le informazioni rilevantiIperfocalizzazione su stimolo avversivo (visione, ristretta “a tunnel”)Attenzione diffusa, calo della vigilanza
Memoria di lavoroMantiene per pochi secondi l’informazioneRidotta dall’emotività (interferenza limbica)Ridotta per esaurimento delle risorse cognitive
Pianificazione e decisionePrefrontale: valuta e sceglieDecisioni rapide, impulsiveDecisioni lente, indecise
Controllo motorio fineCoordinazione e ritmoTroppa tensione → perdita di fluiditàMancanza di tono →perdita di precisione
Percezione del tempo e dello sforzoIntegra segnali corporei e cognitiviTempo “accelerato”, sforzo percepito come minore (per l’adrenalina)Tempo “rallentato”, sforzo percepito maggiore
MotivazioneSpinge all’azioneAumentata o distorta (spinta difensiva, evitamento)Diminuita (apatia, demotivazione)

Tecniche specificatamente psicologiche utilizzate sono state:

  • Mental training imagery visualizzazione mentale del gesto motorio perfetto, focalizzazione interna.
  • Routine pre-performance: sequenze mentali e comportamentali per stabilizzare l’attenzione.
  • Tecniche di rilassamento e respirazione: per abbassare l’attivazione e migliorare il focus.
  • Self-talk positivo: uso di parole chiave o frasi per mantenere la concentrazione.
  • Controllo attentivo volontario: training per dirigere l’attenzione solo su certi stimoli (es. direzione dello sguardo, consapevolezza corporea).
  • Simulazioni con pressione psicologica controllata: per abituarsi a gestire lo stress mentale.
  • Allenamento in ambienti imprevedibili: variazioni costanti nelle condizioni (luce, superficie, avversari).
  • Percezione-allenamento alle possibilità d’azione: esercizi per leggere meglio l’ambiente (es. riconoscimento anticipato di situazioni).
  • Variabilità del compito: stesso gesto, ma cambiando obiettivi, tempi, spazi e vincoli.
  • Allenamento a vincoli: si modifica la situazione (regole, strumenti, spazi) per forzare l’adattamento spontaneo.
  • Decision-making in tempo reale: esercitazioni dove l’atleta deve scegliere rapidamente tra opzioni.
  • Esplorazione guidata: incoraggiare la scoperta autonoma di soluzioni motorie.

APPENDICE

La seguente analisi statistica, pur non avendo valore generale a causa del numero limitato di atleti e allenatori intervistati, può tuttavia fornire indicazioni utili per orientare future indagini più ampie e approfondite. È inoltre opportuno considerare che, in Italia, il numero di atleti e allenatori di livello internazionale risulta complessivamente ridotto quindi questo risulta essere un limite oggettivo dell’intervista.

BREVE INDAGINE CON ATLETI DI LIVELLO NAZIONALE E INTERNAZIONALE

Obiettivo dell’indagine

L’obiettivo di questa prima fase esplorativa è:

  • Rilevare la presenza e la frequenza del fenomeno;
  • Ricostruire l’esperienza soggettiva degli atleti;
  • Identificare possibili correlati emotivi e situazionali;
  • Ipotizzare meccanismi di interferenza tra emozione, attenzione e programma motorio;
  • Fornire una base per sviluppare strategie di uscita dallo stallo esecutivo.

Strumento di rilevazione preliminare

Per raccogliere dati esplorativi, ho somministrato un semplice pre-test ad atleti e allenatori delle squadre nazionali di tuffi italiana e spagnola. Il test ha avuto l’obiettivo di orientare una successiva indagine più sistematica. Le domande proposte sono state le seguenti:

Per gli atleti:

  • Genere: Femmina / Maschio
  • Ti è mai capitato, durante l’esecuzione di un tuffo, di bloccarti improvvisamente, avendo la sensazione di non sapere cosa fare o di “non vedere” il tuffo (es. buio, nero, confusione)?
  • Nonostante ciò, hai eseguito comunque il tuffo?
  • A che età ti è successo per la prima volta?
  • È accaduto in allenamento o in gara?
  • Su quale attrezzo (piattaforma / 3 metri / 1 metro)?
  • Quali emozioni hai provato?
    1. Ansia
    2. Paura
    3. Altro (specificare)
    4. Non saprei
  • È accaduto una sola volta o più volte?

Per gli allenatori:

  • Hai osservato atleti che, durante l’esecuzione del tuffo, si sono bloccati improvvisamente, riferendo di non sapere o non “vedere” cosa fare?
  • Nonostante ciò, hanno eseguito comunque il tuffo?
  • A che età dell’atleta è accaduto?
  • È successo in allenamento o in gara?
  • Genere dell’atleta: Femmina / Maschio
  • Su quale attrezzo (piattaforma / 3 metri / 1 metro)?
  • Quali emozioni ritieni che l’atleta abbia provato?
    5. Ansia
    6. Paura
    7. Altro (specificare)
    8. Non saprei
  • È accaduto una sola volta o più volte?

Obiettivo dell’indagine

L’obiettivo di questa indagine è esplorativo:

  • Comprendere quando e come si verifica il blocco in rapporto alle caratteristiche dell’ambiente, del compito e dello stato emotivo;
  • Ricostruire l’esperienza soggettiva degli atleti e la loro percezione delle possibilità di movimento;
  • Rilevare pattern ricorrenti in termini di situazione (contesto, attrezzo, emozioni);
  • Fornire una base per sviluppare approcci didattici che rafforzino la capacità di autoregolazione e adattamento dell’atleta nei diversi contesti.

STATISTICA

QUESTIONARIO ALLENATORI

QUESTIONARIO ATLETI

Il fenomeno del blocco o compromissione motoria risulta piuttosto comune tra questi atleti, con oltre il 70% che lo ha sperimentato almeno una volta. Interessante notare che si verifica più spesso in allenamento che in gara: questo potrebbe indicare che, paradossalmente, l’atleta “si permette” di fermarsi in allenamento mentre in gara prevale la spinta all’esecuzione (motivazione, pressione esterna, abitudine).

L’incidenza maggiore sulla piattaforma suggerisce una correlazione tra altezza/percezione del rischio e blocco. Questo è coerente con l’idea che paura e ansia siano trigger emotivi principali, anche se la maggior parte degli atleti non è consapevole della causa del blocco (60% risponde “non so”).

Il fatto che il 60% sia comunque partito dopo il blocco suggerisce una certa capacità di recupero, ma il restante 40% mostra una difficoltà significativa nel superare l’ostacolo mentale.

Nel confronto dei dati tra atleti ed allenatori, con le dovute cautele del ristretto campione preso in considerazione, si può affermare che: gli allenatori percepiscono più blocchi di quanto gli atleti dichiarano, gli atleti credono di gestire meglio il blocco rispetto a quanto osservato dagli allenatori, gli allenatori vedono anche più blocchi in gara, gli atleti temono più la piattaforma, gli allenatori rilevano più blocchi da 3 m, gli allenatori sono più consapevoli delle cause emotive rispetto agli atleti, gli allenatori vedono la maggiore ricorrenza del problema.

Un ringraziamento particolare alle dott.ssa Bruna Rossi per il costante, professionale e affettuoso confronto e alla dott.ssa Caterina Pesce per i suoi preziosi aggiornamenti sulle teorie dell’apprendimento motorio. 

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