Anno 2025 Anno XX

ADOLESCENTI, SOCIAL MEDIA E CORPO


Riassunto

Parlare di corpo trascurato in un’epoca complessa, in un mondo reale e virtuale nel quale siamo tutti immersi, ma la generazione che soffre di più è proprio quella dei nostri adolescenti. Scoprire tra i dati e le ricerche più recenti come stanno i giovani oggi, riflettere sulla prevenzione ed i nuovi paradigmi.


Il quadro epistemologico dal quale partire non è più quello di una dicotomia mente-corpo, ormai superato, ma è necessario parlare di unitarietà mente-corpo (Rispoli, 2004)2 o di Self o Sé o Connettoma (Lucangeli, settembre 2024; “Mens sana in corpore sano”, lezione tenuta in Accademia Fipav,)3.

Le neuroscienze, ma anche gli studi sulla vita prenatale, hanno messo in evidenza quanto sia importante parlare di benessere psicofisico (bio-psico-sociale) e di quanto la persona sia un sistema integrato di funzionamenti (neurologico, neurovegetativo, emotivo, cognitivo, endocrino, immunitario, senso-motorio), che andrebbero osservati nella loro interazione (Rispoli, 2016). 

Le ricerche indicano chiaramente l’importanza di specifiche fasi evolutive, dalla gravidanza, ai primi anni di vita, fino all’adolescenza. Questi periodi sono caratterizzati da cambiamenti significativi nel corpo, nella mente e nel comportamento, che preparano l’individuo per la vita adulta.

Le neuroscienze e la conoscenza del nostro passato evolutivo ci guidano anche nella comprensione dei moderni strumenti digitali e dei loro effetti su di noi. Senza giudizi affrettati dobbiamo riflettere su quanto questo ambiente digitale stimola il nostro funzionamento e la struttura celebrale. Il nostro habitat non ospita più solo predatori, epidemie e climi o freddi o caldi, ma incorpora anche strumenti e tecnologie digitali (Ardizzi, 2025). Tali cambiamenti contribuiscono ai continui adattamenti del nostro organismo, con l’acquisizione di nuovi funzionamenti e competenze, che a loro volta modificheranno l’ambiente. Esiste una co-evoluzione che ci ha spinto verso un superamento delle vecchie dicotomie.

Quando si parla di generazione z (ragazzi e ragazze nate dal 1997 al 2010), si parla di adolescenti che sono nativi digitali, ovvero sono stati fin dalla nascita immersi o circondati da un mondo che viaggia anche nel virtuale. Floridi (2017), sottolinea che non c’è più distinzione tra vita online o offline: siamo ormai connessi gli uni con gli altri senza soluzione di continuità, diventando progressivamente parte integrante di un’“infosfera” globale. L’introduzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), hanno prodotto trasformazioni nella nostra storia, nel nostro ambiente e nello sviluppo del nostro sé (on life).

I confini tra la vita online e quella offline tendono a sparire ed i nostri giovani si vivono delle emozioni anche sui social media. Noi adulti, come genitori, educatori, psicoterapeuti, insegnanti, allenatori o figure professionali dobbiamo spogliarci dei nostri giudizi e dei nostri preconcetti.

Riflettere sul loro utilizzo è l’obiettivo di questo articolo. I social media sono parte della loro e nostra vita. È necessario conoscerli e capire quali sono i messaggi e le emozioni che si vivono in rete.

La prima domanda da porsi è se i social fanno ammalare.

Episodi di violenza verbale e cyberbullismo esistono. Esiste il Body shaming ed il fenomeno degli “haters” che viene amplificato in rete. Andando sui social media si ha un confronto sociale con le vite di altri e si rincorre la propria esistenza postando continuamente aspetti della vita reale (FOMO, fear of missing out). On line esistono le food challenge, le girldinner, i fit blogger e fit influencer, i weight stigmadiet culture, i gruppi pro-ana e pro-mia, ecc. Una serie di community o fenomeni nei quali i nostri giovani sono immersi. On line cercano risposte e si orientano nelle scelte personali. Alcune dinamiche del Web hanno favorito la nascita anche di sottoculture quali per esempio gli “incel” (parola coniata dalla contrazione di involuntary e celebate, ovvero celibe involontario), trasformando le difficoltà relazionali di giovani maschi in un’ideologia misogina (Ferraris, 2025). Per non parlare dell’uso eccessivo e problematico del cybersex.

On line si confrontano con standard di bellezza ideale, successo e felicità e questa forte pressione può creare ansia e stress. Considerazioni che non valgono per tutti i nostri adolescenti, ma

la realtà virtuale può avere influenza su situazioni già delicate, peggiorare stati d’animo precari o aggravare sintomi (Casella, in Cistulli et al., 2025). Tutti aspetti che non possiamo ignorare e la cui conoscenza apre delle strade di dialogo con le nuove generazioni.

La seconda domanda da porsi riguarda la salute degli adolescenti. Come stanno i nostri ragazzi? I dati in generale sono allarmanti.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 2019 una persona su otto soffriva di un disturbo mentale e, dopo la pandemia, l’incidenza di depressione e ansia, i disturbi di salute mentale più comuni, è aumentata fino al 28% (Mental Disorders Factsheet; Organizzazione Mondiale della Sanità, 2022a). Inoltre, un adolescente su sette di età compresa tra 10 e 19 anni è affetto da una forma di disturbo psichiatrico e il suicidio è segnalato come la terza causa di morte tra gli individui di età compresa tra 15 e 29 anni (Mental Health of Adolescents Factsheet; Organizzazione Mondiale della Sanità, 2024). 

Un numero crescente di giovani sperimenta disturbi legati alla salute mentale, come ansia o depressione e gli esordi sono sempre più precoci. I dati scientifici mettono in evidenza che si tratta di malattie polisintomatologiche (Lancini, 2025). Oggi alla diagnosi di anoressia si può associare un disturbo dell’umore depressivo, al fenomeno Hikikomori4 si possono legare atti di autolesionismo.

Gli stessi disturbi alimentari, non sono più identificabili in anoressia e bulimia (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5-TR; American Psychiatric Association, 2022), ma ne esistono molti altri meno noti; fame nervosa notturna (nes-night eating syndrome), vigoressia (o dismorfia muscolare), ortodossia alimentare (orthorexia); arfid (disturbo da evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo). Alcune di queste malattie sono legate ad una forte sensibilità sensoriale, ad un controllo molto rigido e ansiogeno sul cibo, ad allenamenti eccessivi fino a compromettere la vita sociale ed emotiva di chi ne soffre. 

Nell’età adolescenziale si possono osservare anche comportamenti apparentemente innocui, sempre più diffusi come il ricoprire il corpo di tatuaggi, piercing, l’uso delle sigarette elettroniche e la postura corporea sempre più “avvolta” nell’uso del cellulare. L’elemento in comune sembra essere rappresentato da un vero attacco al corpo.

Haidt J. (luglio, 2025), nel suo blog Anxoiusgeneration.com (www.anxiousgeneration.com), consente di consultare documenti open source in cui si raccolgono le citazioni e gli abstract degli articoli pubblicati che fanno luce su questi argomenti. Dal 2019 sono stati raccolti i dati più significativi sugli effetti dei social media sulla salute mentale degli adolescenti. Non ci sono connessioni (di casualità) dirette tra suicidi ed uso di queste tecnologie. Nessuna ricerca mette in evidenza un processo di causa-effetto tra lo sviluppo delle malattie neuropsichiatriche e l’uso dei social media, ma quello che emerge è l’onda di ansia e depressione a partire dal 2010, anno di comparsa di social, tanto da essere nominata “La generazione ansiosa” (Haidt, 2024). La cosa che è osservabile da tutti noi è la perdita di libertà di movimento che hanno acquisito le nuove generazioni e delle mancate opportunità quotidiane. Non si ha nessun contatto reale con il corpo, il sentire è quasi completamente escluso, pur vivendo il paradosso di un’ossessione per il corpo. Un corpo che però era stato già allontanato da molto tempo. Gallese e Morelli (2024), neuroscienziati, sottolineano di quanto il corpo sia stato sequestrato da prima dell’arrivo dell’uso dei social network. Non si giocava più all’aperto da moltissimi anni, prima del 2010 e attualmente l’infanzia sembra non essere più basata sul gioco, ma sull’uso del cellulare.

Il corpo cambia in età evolutiva ed è essenziale prendersi cura di sé. 

Torna utile riferirsi al corpo, perché è attraverso il corpo che mostriamo chi siamo e attraverso il corpo si fanno delle esperienze. Il corpo può diventare una vera ossessione per i ragazzi e la creazione dell’immagine corporea assume in adolescenza un ruolo identitario.

Sui social media postiamo le nostre immagini creando le stanze del successo. Osserviamo milioni di profili social dove le immagini sono spesso di una bellezza assordante, confondono e stimolano la ricerca di un modello “perfetto” da inseguire. Tutto ciò ha un impatto emotivo e la fragilità, tipica dell’adolescenza, può trasformare questo meccanismo in una continua necessità di essere ammirati a tutti i costi. Esisto solo se ho molti follower o tanti like.

Il corpo non dovrebbe essere un trend, non dovrebbe adattarsi a quello che in questa epoca viene considerato come ideale. Il corpo non è qualcosa da correggere, ma dovrebbe essere percepito e vissuto: è il nostro essere. Gli adolescenti, ma anche gli adulti, vanno educati, vanno aiutati nel riscoprire quanto il nostro “io-me” (Lucangeli, 2022) sia legato ai nostri funzionamenti, al nostro respiro, al nostro sentire, al sapersi ascoltare e prendersi cura di sé facendo delle scelte sagge.

Gli aspetti comparativi e competitivi possono essere dei trend pericolosi sui social media dove i meccanismi di confronto possono diventare dei forti mediatori emotivi. Hanno un potere amplificativo. In un’epoca nella quale il corpo, nel bene o nel male, è protagonista, è necessario domandarsi quanto tempo, denaro ed energie emotive si investono nel cercare di corrispondere a quell’ideale di bellezza che spesso viene postato sui social.

E un’altra domanda importante da porsi è la seguente: quando l’adolescente non si piace, soffre per quell’immagine corporea che osserva allo specchio?

La bellezza è negli occhi di chi guarda, certo, ma le influenze culturali e alcuni elementi legati all’evoluzione condizionano il nostro giudizio estetico. Dobbiamo aiutare gli adolescenti a trovare la loro strada tra bisogni digitali (che possono essere indotti), ed i bisogni analogici e fisiologici (ricerca della perfezione corporea, l’attività fisica e l’alimentazione).

Le esperienze, quelle che facciamo e come le facciamo, hanno un enorme peso sulla crescita personale. In particolare la funzione movimento o l’atto motorio consente di rendere il cervello più reattivo e funzionante. Alla base di ogni comportamento ci sono dei circuiti cerebrali che si attivano: più esperienze facciamo più sollecitiamo i neuroni rinforzando le loro connessioni.

È necessario riflettere su quanto l’esercizio fisico, lo sport, la funzione movimento racchiudano una serie di competenze che non sono solo di natura motoria, ma anche cognitive, percettive, emotive, psicologiche, relazionali e di contatto profondo con il proprio Sé (Rispoli, 2004).

Si è dimostrato che l’esercizio fisico svolto in maniera strutturata e costante nel tempo, determina nel cervello, anche quello di un anziano, una catena di fenomeni biologici riassunti nel concetto di neuroplasticità. In tutte le attività umane l’aspetto biologico si fonde con quello psicologico e tutto ciò si rileva un prezioso strumento di crescita e di invecchiamento sano. Mandolesi et al. (2017), hanno messo in evidenza che grazie al movimento, i neuroni assumono una forma più rigogliosa, aumentano i fattori dei livelli neurotrofici e in alcune aree cerebrali, aumentano anche i fattori di neurogenesi, cioè di formazione di nuovi neuroni, mentre si riscontra una soppressione dei geni che regolano i processi di degenerazione neuronale. Praticare sport migliora l’apprendimento scolastico (Hillman et al., 2014). Ci sono studi significativi che hanno misurato gli effetti dell’Educazione Fisica scolastica sulla dimensione psicosociale, sulle funzioni esecutive, sulle dimensioni emotive (Pesce, in Cistulli et al., 2025).

Non dimentichiamo che anche lo sport se non nutrito dei giusti valori, può diventare un fattore di rischio. La stessa sentenza Maccarani, episodio noto al mondo della ginnastica ritmica, apre una riflessione. La storia vede la recente ammissione dell’ex direttrice tecnica, al centro del caso sui presunti abusi sulle atlete, la quale ha patteggiato la squalifica con la procura federale.

Nel 2023, il procuratore federale della Federginnastica, Michele Rossetti si era pronunciato in altro modo: “Non c’è prova di un comportamento vessatorio nei confronti delle ginnaste” e se una colpa si può imputare ad Emanuela Maccarani è quella di “eccesso di affetto nei confronti della Basta” (atleta che ha denunciato gli abusi).

Un educatore deve conoscere l’importanza dell’uso delle parole e ancor più nel mondo sportivo, l’uso del linguaggio non può normalizzare comportamenti che normali non sono. Per noi adulti è importante riflettere anche su come i messaggi possono essere mal interpretati o vissuti dagli atleti.

Nel mondo dello sport incontriamo altre storie significative, quali quella di Simon Biles ed il suo abbandono delle Olimpiadi di Tokyo nel 2020, per prendersi cura della sua salute mentale. La decisione di ritirarsi dal Roland Garros di Naomi Osaka (nel 2021), sempre per gli stessi motivi, ha sollevato un dibattito cruciale sull’importanza della salute mentale nello sport professionistico.

Alexander Zverev, tennista, di recente, ha dichiarato il senso di solitudine che vive nella sua vita. Eppure è un atleta circondato dai suoi affetti e dal suo staff. Anche lui vittima di un malessere che ci deve far stare in ascolto dei messaggi di disagio che arrivano da più parti.

Il mondo degli allenatori e degli insegnanti deve chiedersi cosa è lecito indicare ad un atleta e se quelli che sono stati individuati come abusi, possano essere confusi per eccesso di affetto. Un mondo che dovrebbe proteggere i giovani, ha già al suo interno meccanismi non salutari.

Lo sport a volte richiede dei requisiti fisici e in alcune attività il ruolo degli adulti-educatori diventa ancora più importante. Parole quali peso corporeo, BMI (indice di massa corporea), MET (unità di misura per l’intensità dell’attività fisica), calorie, quantità…ecc. potrebbero diventare termini e obiettivi pericolosi, per chi ha una sua attenzione particolare al corpo. Saper utilizzare correttamente questi strumenti è essenziale, come nel dialogo con gli adolescenti non serve demonizzare alimenti (quali burro, pane, pasta), o interi gruppi alimentari (grassi, zuccheri). La linea educativa comune dovrebbe essere decisa anche con gli specialisti del settore come i nutrizionisti (Cassani et al., 2022).

Come in questi anni la Rete ha contribuito a creare una nuova e più approfondita narrazione intorno alla salute?

Sicuramente c’è stato un maggior accesso alle informazioni e questo è un dato molto positivo. Numerose sono le community5 che fanno sentire meno soli. La rete consente un dibattito sempre attivo e partecipativo.

L’impatto che i social media e la comunicazione hanno sulla salute mentale è arrivato all’attenzione delle stesse società. Su Instagram, se digito “#eatingdisorders” compare un banner in cui l’utente viene informato che i contenuti potrebbero rappresentare dei trigger6 per i soggetti sensibili.

Su Pinterest troviamo una nuova policy dal 2021, si vieta la pubblicazione di contenuti che si riferiscano a peso corporeo. TikTok nel 2022 ha annunciato di voler rimuovere tutti i contenuti che possono promuovere comportamenti pericolosi (Cassani et al., 2022).

Il numero, sempre maggiore, delle richieste nelle strutture neuropsichiatriche e dei percorsi psicologici e psicoterapeutici sono un dato di fatto, indice di un bisogno. Dove non funziona qualcosa nella relazione con le figure genitoriali, si ricorre alla costruzione di nuove relazioni con figure adulte di riferimento. Tutti i sistemi educativi sono coinvolti: dal mondo dello sport a quello della scuola.

Quest’ultima può dare ai giovani strumenti per capire le proprie emozioni e inquadrarle in un contesto più ampio e frenare quei fattori che rendono fertile il terreno su cui un disagio o una fragilità personale si possano trasformare in un disturbo anche grave.

Quali le regole della prevenzione? Le campagne di informazione spesso non trovano esiti positivi, mentre lavorare sullo sviluppo di competenze che consentiranno di fare delle scelte future può essere uno strumento utile.

Le competenze personali, relazionali ed emotive aiutano a imparare, a collaborare, a comunicare e ad affrontare la complessità. Non si apprendono con una lezione, ma attraverso l’esperienza fuori e dentro la scuola, confrontandosi anche con gli errori.

Alcune società che si occupano di bellezza hanno iniziato a promuovere alcuni messaggi per far sì che la bellezza autentica sia una fonte di sicurezza e non di ansia.

“Sicuro di me”, un programma di prevenzione della Dove (luglio 2025; NoDigitalDistortion; https://www.dove.com/it/stories/campaigns.html) suggerisce alcuni temi importanti da trattare anche a scuola e che sono parte integrante di alcuni programmi recovery7.

L’aspetto fisico si basa su opinioni e gusti che mutano nel tempo. Aspirare ad un aspetto fisico ideale è quasi sempre irrealistico e difficile da raggiungere per la maggior parte delle persone.

La diversità può diventare un punto di forza. Spesso si ambisce al modello standardizzato di bellezza, determinato da altri e non dal nostro gusto personale.

messaggi dei media che inviamo tramite i social sono fedeli a noi stessi, sono legati al nostro sentire? Le immagini sui social possono essere manipolate e le parole possono essere usate per influenzare le nostre scelte.

Come possiamo aiutare i giovani a cambiare il copione interno per evitare i paragoni? I paragoni hanno effetto sia a livello emotivo che comportamentale e vanno affrontati.

Bandire i discorsi sul fisico fa star bene i giovani? Bandirli forse aiuta, il bodytalk ha effetti emotivi.

La scuola dovrebbe insegnare le competenze e favorire il cambiamento.

Le abilità di vita sulle quali si dovrebbe lavorare sono quelle riguardanti la sfera dell’autostima, legittimando tutte le emozioni, anche paura, rabbia e tristezza.

Senza demonizzare il mondo dei social media sono necessarie ulteriori riflessioni.

Lancini (2025), psicoterapeuta, parla della necessità di stare nella relazione in particolare quella di noi adulti con gli adolescenti.

Come ci stiamo comportando noi adulti nei confronti dei giovani? Quali sono le considerazioni rispetto ad un’ansia sempre più generalizzata e fisiologica di questa società?

Riassumendo una riflessione molto più articolata e complessa, Lancini (2025), racconta nel suo ultimo libro, Chiamami adulto, il senso del disagio delle nuove generazioni. Si sentono soli in mezzo agli altri. I ragazzi crescono all’interno di un patto straordinario, con dei genitori che dovrebbero esser pronti a capirli, ma non sempre il mondo degli adulti è in grado di legittimare le emozioni più difficili da gestire (paura, tristezza, rabbia). Noi adulti non abbiamo la pazienza o capacità di gestire queste emozioni disturbanti. Anche la scuola non consente l’espressione di nessun conflitto. Se si cresce all’insegna “di te stesso a modo mio”, c’è qualcosa che non ha funzionato nel modello educativo. I bambini devono stare o essere immobili. Riflettiamo sul paradosso tra il vietare l’uso del cellulare a scuola e la preparazione necessaria dei giovani di oggi che dovrebbero essere educati al digitale e all’uso dell’intelligenza artificiale. La scuola è inadeguata rispetto ai loro bisogni. Ma internet non può essere la causa di tutto. 

Davanti a questo malessere dei giovani, che crescono senza carico delle emozioni, ed arrivano all’ adolescenza con un vuoto, si osservano dei crolli emotivi ed emergono tutte le loro fragilità. I dati sui disturbi del comportamento alimentare, tagli, suicidi e comportamenti violenti sono in aumento, così come i dati legati all’uso della pornografia (Lancini, 2025). È fondamentale lavorare sulla consapevolezza del  (Rispoli, 2016). La spinta alla realizzazione personale in quest’epoca è fortissima, in realtà andrebbero rieducati al Noi, alla capacità di stare in relazione con l’altro (Lucangeli, 2022). 

La percezione pubblica della salute e delle malattie mentali è spesso negativa, legata allo stigma e alla paura di essere etichettati. Purtroppo i pregiudizi che persistono sulla salute mentale fanno sì che molte persone con problemi psichiatrici non siano riconosciute come tali e rimangano abbandonate e colpevolizzate (Milone, 2025).

I dati recenti dell’OMS mostrano che solo il 2% della spesa sanitaria pubblica globale è destinato ai disturbi mentali (Mental Health Atlas; Organizzazione Mondiale della Sanità, 2020).

I dati più recenti dell’UNICEF prevedono che la depressione diventerà la principale causa di disabilità e morte prematura entro il 2030 (Countdown for Global Mental Health 2030; UNICEF, 2023).

Le ricerche hanno confermato di quanto le dinamiche corporee nello sviluppo infantile, dalla gravidanza ai primi anni di vita, siano fondamentali per la costruzione della mente relazionale. Azione e percezione sono processi intimamente legati allo sviluppo del nostro sistema nervoso, nella sua interezza (Lucangeli, 2024).

Il concetto di salute biopsicosociale (Middlemark & Bauer, 2022) consente di andare oltre la presenza o assenza di malattia. Gli individui sono visti come dotati di risorse di salute interne ed esterne, comprese risorse psicosociali che possono essere rafforzate attraverso interventi appropriati (Morgan et al., 2010). Tutti i sistemi educativi possono aiutare ed hanno un ruolo importante nella prevenzione.

In letteratura si inizia a parlare di approcci terapeutici complementari incentrati sulle interazioni mente-corpo come potenziale percorso verso una migliore comprensione e trattamento dei disturbi mentali (Milanetti, 2025). La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2022b) sottolinea l’importanza, in tutte le forme di disabilità e diversità, di considerare il funzionamento dell’individuo in molteplici ambiti di vita, comprese le attività e la partecipazione. Questo passaggio invita ad un approccio più olistico nel trattamento dei disturbi psicologici e del neurosviluppo (Milanetti, 2025). Questo cambiamento di prospettiva apre la strada ad approcci integrativi e incentrati sulla persona che promuovano il funzionamento basato su competenze positive, ovvero la regolazione emotiva, la connessione sociale e la consapevolezza di sé: dimensioni che non sempre vengono affrontate dai tradizionali approcci.

Nella comprensione del funzionamento profondo dell’unitarietà mente-corpo, il Neo-Funzionalismo (Rispoli, 2016) è un modello che consente di leggere e intervenire su tutti i piani di funzionamento. Il Funzionalismo moderno o Neo-funzionalismo offre una cornice che rende possibile questa sfida alla complessità.


2 Luciano Rispoli è il fondatore del Neo-Funzionalismo o Funzionalismo moderno, ed ha costruito una cornice più adeguata per inquadrare meglio ed in modo scientifico il complesso campo delle relazioni corpo-mente (2016).

3 Il “connettoma” si riferisce alla mappa completa delle connessioni tra i neuroni nel cervello umano. È un concetto relativamente nuovo, che si affianca agli studi sul genoma, e che mira a comprendere come le esperienze e le interazioni influenzino la struttura e il funzionamento del cervello. In pratica, il connettoma rappresenta l’identità esperienziale di un individuo, in quanto le connessioni neurali si modificano costantemente grazie alla plasticità cerebrale.

4 Hikikomori in giapponese significa letteralmente “stare in disparte” o “ritirarsi”. Si riferisce a un fenomeno sociale e psicologico che indica un isolamento volontario e prolungato dalla società, dove la persona si rinchiude nella propria abitazione, spesso limitando il proprio spazio vitale alla propria stanza.

5 Le community sono un gruppo di persone che interagiscono anche in uno spazio virtuale, nel quale si condividono esperienze, informazioni e supporto reciproco.

6 Un trigger è un evento che, una volta verificatosi, innesca automaticamente un’azione o una serie di azioni.

7 Il “programma recovery” nell’ASL Roma 1 mira al recupero e al reinserimento sociale degli utenti attraverso l’elaborazione di piani terapeutico-riabilitativi personalizzati, spesso in collaborazione con strutture residenziali o semiresidenziali.

BIBLIOGRAFIA

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