RIASSUNTO
Il mio intervento propone un’analisi critica del divario tra la retorica politica e la comprensione scientifica del movimento umano nella cultura dei decisori pubblici, denunciando come l’uso superficiale dei concetti, e delle politiche che dovrebbero derivarne, comprometta la capacità del Paese di riconoscere al movimento la sua importanza fondamentale sul piano biopsicosociale ed educativo. Discuto l’esperienza di una audizione parlamentare alla quale sono stato invitato, durante la quale ho evidenziato l’emergente marginalizzazione culturale e istituzionale del movimento, impropriamente ridotto a semplice sinonimo di sport. Propongo successivamente una prospettiva sistemica: il movimento precede la vita extrauterina, struttura lo sviluppo infantile attraverso il gioco motorio, diritto sancito dalla Convenzione ONU, e rappresenta la base neurobiologica e funzionale dell’apprendimento, della salute e della partecipazione sociale. La formazione motoria di base è indicata come architrave del benessere individuale e collettivo, da promuovere attraverso la scuola, la famiglia e professionisti qualificati. Lo sport costituisce solo una possibile declinazione del movimento, non il suo fondamento. Concludo affermando la necessità di riconoscere il movimento come infrastruttura vitale della società, distinguendolo chiaramente dallo sport, e di costruire una politica nazionale che lo tuteli lungo l’intero arco della vita. Solo in questo modo il movimento potrà diventare una leva di salute pubblica, equità educativa e coesione sociale.
Poiché la situazione è tale, nel nostro mondo, anche quello attuale, di questi giorni: quella cioè del frequente poco intendimento e del molto fraintendimento, relativamente al significato delle parole ed al senso da attribuire ai fenomeni della vita. Tanto che se ne perde il senso e che, sovente, si producono e si reiterano, poi cronicizzandosi, gravi, gravissimi, sovente irrimediabili danni. A tanto porta, con l’ignoranza e la presupponenza, la banalizzazione e l’uso improprio e fuori posto delle parole. In questo Paese, si fa così. Perciò quanto di cui provo a parlare qui non è uscito ancora, se non nelle intenzioni di pochi virtuosi, da un perverso circolo di sciocchezze. Ma prendo le mosse da cose ben più serie e gravi.
Mai più! Quante volte abbiamo sentito pronunciare, anche assumendole come emblema, come importante simbolo di un pensiero collettivo e condiviso o come avvio di un cambiamento di rotta addirittura di gran parte dell’umano consorzio, le due paroline, magiche, dopo tragiche stagioni. Mai più si sarebbero uccise le persone come fossero cose senza valore; mai più! Furono le parole d’ordine di Norimberga nel 1945, ma poi quante altre volte, sono state spese, in passato e di recente, ieri come oggi! E per quante evenienze. Di quante altre storie, vicende che di umano hanno avuto poco, per non dire nulla! E se si fossero avverate, se non ci si fosse solo riempita la bocca, se si fosse dato corso a quel rifiuto, davvero dato corso, davvero rispettato il rifiuto, oggi non parleremmo di tragedie del mare, di guerre, di stragi, di violenze di ogni genere, di soprusi indicibili su bambini, su donne, su vecchi. Non riuscirono ad avere mai un significato definitivo ed un senso universale quelle parole e oggi si può dire che furono lette colpevolmente al contrario: mai più di ora, mai più di adesso, mai più di questi nostri incerti giorni! “Mai più” diventato “sempre”.
Le parole non sono certo solo parole, le parole significano atti, significano visioni stabili, significano impegni assunti oppure non assunti, significano risposte da dare e ridare ogni giorno, significano chiarezza, significano leggi, leggi dello Stato o leggi morali. Andiamo dietro alle parole, le citiamo, le pronunciamo per avere conferme, per confermare cioè il nostro e l’altrui operato.
La mia esperienza mi suggerisce ed anzi mi invita a non fidarmi delle parole, spesso armi, spesso l’arma del fumo negli occhi, spesso esca per prede, spesso bombe ad orologeria. Ma le parole sono attributo inequivocabile dell’uomo, dovrebbero avere la funzione di restituirlo e/o costituirlo come vivente custode di tutto, confermandone il ruolo di interprete reale, genuino della vita.
Ci sono state locuzioni che m’hanno insegnato la vita. Di una sono stato protagonista (o vittima?) in prima persona.
Ero stato contattato, per essere invitato in audizione presso una Commissione parlamentare, per spiegare ed illustrare e rendere davvero palese (così mi avevano detto e chiesto e davvero pregato perché accettassi), rendere palese il sistema movimento del Paese. Cosa si sa e cosa si pensa e come ci si atteggia e come si risolve questo aspetto importante della vita. Il mio interlocutore, che mi aveva cercato e poi invitato sapeva di me che ritengo che il movimento sia una chiave di lettura della vita della gente e della cultura di una Nazione. Dovevo averlo colpito una o due volte che gli avevo parlato, affermando qualcosa che a lui sembrava convincente e da ripetere ad una Commissione parlamentare che stava lavorando ad un disegno di Legge. Tirato per la giacca, come si dice, accettai: lo feci perché avrei avuto modo di: di dire, di chiarire, di orientare l’attenzione, di colpire l’attenzione, ecc. ecc. Cominciai a lavorarci e misi insieme forse 100 pagine: i pensieri che avevo raccolto in passato, per decenni (seguendo come mi era stato possibile le orme dei miei maestri), anche l’ispirazione del momento, i fili di cui era intessuto un discorso che ritenevo e ritengo complesso: avrei tagliato, qua e là, per l’audizione, ma mi sarei presentato con il mio fascio di fogli e le sottolineature per l’enfasi, il risalto da dare, le pause; dove avrei incalzato gli onorevoli, dove avrei nemmeno minimamente blandito, dove avrei affondato la lama: sistema che non funziona avrei detto; in questo Paese, parole sì, fatti pochi, seguito da dare quasi niente, fraintendimenti molti, campagna elettorale molta, prima sempre sì, dopo sempre non più. Vi spiego come cambiare, ecc. ecc. Avevo però frainteso. M’avevano fatto intendere una cosa che non era. Poiché una funzionaria mi chiamò, nell’imminenza del giorno della convocazione e mi chiarì.
“L’appuntamento è…”. Mi diede un appuntamento. “Lei inizia subito dopo la presentazione del Presidente, dunque qualche minuto dopo…”. Mi dette una presumibile ora di inizio e mi comunicò che quando avrei terminato, ci sarebbe stato un commento di qualcuno e forse domande rapide. Ci fu poi, in realtà, solo il commento (rabbrividii a quel commento) e nessuna domanda. E poiché non mi veniva detto, chiesi io: Grazie, grazie, ma per quanto tempo parlo? (prevedevo 45 minuti, forse un’ora, ma che roba! Come spiego il movimento in un’ora, non mi basta la vita …!) “Ma no!” mi disse, cortese e sorridente, ma ferma e incontraddicibile: lei avrà 8 minuti in tutto, allo scadere si dovrà fermare. Aprire e chiudere in 8 minuti. Si può? Ma si può? Mi meravigliavo e lo dissi: si può dire tutto in 8 minuti, di un argomento chiave, vitale, come il movimento nella vita? “8 minuti, questo le è concesso”. Non è che voi mi concedete 8 minuti, voi togliete a voi – pensai, non dissi, chi m’avrebbe ascoltato? – l’occasione per ascoltare, per riflettere su ciò su cui non questo Paese non ha mai riflettuto”. A me stesso chiesi se serviva una sfida e se avessi avuto la capacità di accettarla. “Se vuoi, sì; se serve, sì; puoi dire sempre tutto in 8 minuti. E puoi convincere, e puoi colpire, e puoi cambiare”. Io credo che colpii, ma non cambiai nulla. Le parole lasciano il tempo che trovano, il campo com’è: smuovono il terreno, non fanno solchi, non cadono come semi, magari colpiscono come pietre, ma se non le cogli dentro (le parole hanno un’anima) sono dette al vento, si disperdono come foglie.
E così, il giorno martedì 26 gennaio 2021 mi recai dalle Commissioni riunite, la numero VII (Cultura, scienza, istruzione, sport) e la numero XI (Lavoro) sullo schema di decreto legislativo recante riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché di lavoro sportivo (atto del Governo n. 230), con un limite di tempo ben preciso: “otto minuti”. Non mi sono sottratto. Ho parlato della vita per 8 minuti. Ormai mi ero rassegnato: ci vuole una vita per parlare della vita e di ciò che c’è dentro. Ma chiaro che ci provo, m’ero detto. Un segno qui io lo lascio.
Ho più volte, negli anni, – esordii, più o meno così – più volte constatato – del fenomeno sport – la sua scorretta comprensione, anche negli addetti ai lavori, la mancanza di una sua vera definizione, la sua inadeguata collocazione nella vita di un Paese, e perciò ho dovuto sovente correggere il tiro di chi identificava (ed identifica) lo sport nel quasi tutto: “lo sport è il movimento dell’uomo”, “lo sport è quanto si possa dire del fenomeno movimento praticamente in ogni età della vita”. Questi gli esperti, gli addetti ai lavori, i docenti delle università dalle cattedre.
- Ho più volte, negli anni, – esordii, più o meno così – più volte constatato – del fenomeno sport – la sua scorretta comprensione, anche negli addetti ai lavori, la mancanza di una sua vera definizione, la sua inadeguata collocazione nella vita di un Paese, e perciò ho dovuto sovente correggere il tiro di chi identificava (ed identifica) lo sport nel quasi tutto: “lo sport è il movimento dell’uomo”, “lo sport è quanto si possa dire del fenomeno movimento praticamente in ogni età della vita”. Questi gli esperti, gli addetti ai lavori, i docenti delle università dalle cattedre.
- Ma non è così: lo sport non è, tout court, il movimento dell’uomo, né è un tutto rispetto alla parola movimento. Semmai una parte. Certo non quella che temporalmente si incontra per prima nella vita e che, del resto, quando si incontra, la si vorrebbe conseguente ad un prima, di cui lo sport sarebbe un corretto possibile poi. Lo sport viene dopo qualcosa che lo condiziona e che essendo all’inizio, alla base della vita, è basilare nella vita. Pronunciarsi nel senso di attribuire allo sport un ruolo nella vita che non può avere (ma che è comunque assai importante, poiché formidabile strumento educativo) significa inibirsi la possibilità di comprendere il reale ruolo del movimento nella vita di una nazione e di un cittadino o, che è meglio secondo me, di ogni essere umano, di ogni persona.
- Il movimento (facoltà e bene e, se si vuole, anche dono, degli umani) è ciò che sostiene la vita delle persone, al punto che tutta l’esistenza delle persone è un fatto sostanzialmente motorio, dovendosi il più delle volte ricorrere al movimento per rendere conto dei fenomeni che si osservano, cioè il mantenimento o la perdita o il recupero della condizione di salute, la possibilità di comunicare andando verso e allontanandosi, il benessere complessivo di ogni individuo, in parte fisico ed in parte psichico, la possibilità di scelta dell’impiego del tempo ed anche il possibile viaggio nell’esplorazione delle proprie capacità.
- Il movimento – così dissi in quel tempio della politica nostrana – è il sistema che regge la vita, non solo dell’universo da sempre, ma anche dell’uomo da sempre. Nel tempo lungo della sua evoluzione, furono scelte motorie che lo fecero passare da quadrupede arboricolo a bipede barcollante, capace di sollevare la testa e con ciò vedere assai oltre, oltre un orizzonte verso il quale, egli ed ella, diversi “egli ed ella”, si mossero, si misero in marcia, primi migranti.
- Il movimento è un vero e proprio sistema intorno al quale la vita e la salute ed il benessere della persona ruotano (proprio per questo le limitazioni al movimento in tempo di pandemia condizionano salute e benessere dell’uomo). E in quanto sistema è solo come sistema che va trattato, pena il non comprenderne la portata e non coglierne l’intero e tutte le diverse modalità di esprimersi nella vita. Il sistema movimento è il tutto: non partire da questo significa una visione parziale, o una serie di visioni parziali e scollegate, che non fanno comprendere né le parti che sono collegate ed interagenti né il tutto, in cui le parti, lungi dal disperdersi, vengono meglio comprese perché idoneamente collocate.
- Il movimento nasce prima della vita di una persona, nasce nell’utero di una madre che reca un essere in formazione e nella testa anche di un padre e di una madre con il loro peculiare atteggiamento di comprensione o di non comprensione e di maggiore o meno gradimento nei confronti del movimento (ovvero: i genitori quasi mai conoscono la portata del moto e quasi mai il suo significato per la vita, per tutta la vita).
- Il movimento dei primi anni di vita – con pause sapienti, brevi esitazioni, frasi incalzanti, mi accinsi a colpire l’uditorio “onorevole” – il movimento dei primi anni di vita è racchiuso, oltre che nella natura che spinge a crescere e che va assecondata e mai ostacolata, è racchiuso in una locuzione “magica”, che è il “gioco motorio”, il gioco di movimento, quella attività istintiva, connaturata all’uomo, spontanea, gratuita e creativa, alla quale ogni bambino è naturalmente portato. Sancito come diritto dei bambini e dovere per l’adulto di assicurarlo da una Convenzione dei Diritti dell’infanzia dell’ONU del 20 novembre 1989 e recepita come legge nei diversi Paesi del mondo, in Italia con la n°176 del 27 maggio 1991, il gioco motorio deve essere il fondamento su cui poggia tutta l’educazione, motoria e non dei bambini, perché con esso si fa esperienza profonda di libertà, di miglioramento del fisico e delle capacità al fisico connesse, della manualità, della creatività, dell’adattamento alle situazioni diverse, della relazione con altri, di preparazione alla vita di relazione e sociale ed affettiva ed emotiva e di esercizio e sviluppo delle fondamentali abilità di vita, assolutamente richieste nella vita adulta e necessarie ed indispensabili per condurre una vita piena, anche come cittadini della Nazione e del Mondo.
- Il gioco motorio non può essere né negato né limitato né concesso né tollerato né dato come premio o tolto come punizione. Un bambino che non gioca non si prepara alla vita e non presenta lo sviluppo completo che avrebbe presentato se non gli fosse stata sottratta l’anima dell’infanzia. Al gioco motorio – dissi così – presiedono la famiglia e la scuola: ma né nelle famiglie né nella scuola vi è la coscienza piena di ciò, poiché se vi fosse il gioco non sarebbe disatteso, com’è detto anche nell’11° rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia che è del 2020, ma garantito ed elevato al rango che gli compete.
- Il gioco motorio dei primi anni di vita si accompagna ed integra la formazione motoria di base, altro caposaldo del sistema movimento. La formazione motoria di base, la cui disseminazione e la cui valorizzazione spetta allo Stato, per la rilevanza ugualmente strategica che la stessa riveste, deve essere difesa da qualsiasi ingerenza dello sport inteso come modalità di racchiudere in pochi movimenti l’ampia possibilità espressiva dell’organismo giovanile, erroneamente e pericolosamente specializzandone le funzioni. Lo sport può dare una mano, ma a precise condizioni, diventando esperto del processo di presport che non porta matematicamente allo sport, ma prepara alle abilità e alla multigestualità della vita, perché – deve essere ben chiaro – il gioco e la formazione motoria di base, ampliano le capacità di apprendimento del cervello umano e preparano alla vita, come migliaia di ricerche delle neuroscienze confermano e sostengono da anni. Punto.
- Lo sport. Lo sport può esserci o meno nella vita di una persona, si tratta di un’attività motoria che si sceglie e non può perciò essere identificata come “per tutti”. Ma se capita, quando capita, non può prescindere dalla formazione motoria e dal gioco motorio, perché deve esserci nella preparazione motoria previa del praticante. Altrimenti, quella pratica non avrà il successo sperato, poiché agirebbe su un organismo non preparato. Le medaglie ai Giochi le vincono sempre gli atleti e le atlete ricchi di una storia motoria adeguata.
- Coloro che non praticano lo sport, se hanno svolto una formazione motoria di base adeguata e se hanno molto e ben giocato da bambini, potranno continuare ad adottare uno stile di vita che aiuti la vita e di questa migliori la qualità, come si dice, contribuendo per buona parte a realizzare, come si può, la felicità delle persone.
- Questo sistema si chiama “sistema del movimento per tutta la vita”. Che ben si sposa con il complesso delle linee guida dell’OMS da 0 anni al fine vita, realizzate in un decennio con il concorso delle migliori forze internazionali della ricerca applicata, tra cui – ahimè! – manca proprio il nostro Paese, che pure avrebbe tradizioni antiche e assai degne in proposito.
- Esso deve trovare come grande difensore lo Stato; deve trovare come garanti professionisti esperti e specialisti del movimento, che il movimento lo hanno studiato e sperimentato, nei vantaggi e nei rischi. Lo Stato dovrebbe investire di un ruolo nuovo la famiglia e la scuola, dovrebbe chiamare l’Università che forma gli specialisti in movimento a dare nuova vita, nuovo vigore alle scienze del movimento, aggiornandole e promuovendone di più avanzate e prevedendo di farle insegnare, queste scienze, da quadri docenti adeguati e motivati, poiché pochi vi sono attualmente degli uni (adeguati) e degli altri (motivati).
- I laureati in scienze del movimento possono, certo, costituire una delle carte da giocare, un’importante pedina da proporre al Paese per insegnare il movimento, nelle sue diverse forme, con diverse specializzazioni, a tutte le fasce di età dai neonati agli anziani centenari ed a tutte le situazioni, anche di “speciali abilità” possedute. I professionisti del movimento possono avere spazio in molti ambiti: quello del gioco, quello della formazione motoria di base, quello della preparazione nello sport, quello della fitness, quello del movimento a scopo terapeutico, quello delle fasce avanzate di età, nelle quali il movimento è un contributore assai grande ed efficace al benessere complessivo di quegli anni.
- Che il movimento accresca l’aspettativa di vita è oggi noto, che sia una delle chiavi della salute ed uno dei pilastri delle terapie in genere è ampiamente acquisito, che serva per divenire e per realizzarsi e per rendere migliore la società anche. Perché non ergerlo a vero sistema di vita di un Paese? Se ne ricaverebbe anche un mondo con meno conflitti e più grandi isole di pace.
- Finì il mio tempo. Non ricevetti applausi, potei godermi il silenzio che era sceso. Il mio mentore prese la parola e disse, scandendo: “Onorevoli Colleghi, per la prima volta abbiamo ascoltato in queste stanze le parole: gioco dei bambini” e qualcos’altro, non ricordo. Ma quell’affermazione mi colpì e mi spinse, nei giorni a venire, a pensare che si sarebbe dovuto produrre, per questo nostro sventurato e cieco Paese, un semplice manifesto per una rifondazione del movimento nel Paese. Vi avevo in parte lavorato negli ultimi anni, con i miei collaboratori di università, e provai a completarlo e a stenderlo e lo propongo qui di seguito, a
- adesso.
- Per un manifesto di rifondazione del movimento nel Paese (di Pasquale Bellotti, con Marco Basilio, Giovanni Di Maio, Marco Vasellino):
- Il movimento semplicemente è. Come l’acqua, non si può vivere senza di esso.
- Il movimento è anzi simile ad un corso d’acqua che lambisce, ma anche attraversa e riempie di sé la vita intera dell’uomo. Pervasivo ed ubiquitario, informa di sé l’esistenza e, quando elevato a bene imprescindibile, può caratterizzare il ben essere delle persone e condizionare per gran parte anche la loro felicità.
- La sorgente è nel grembo materno, nel quale esso nasce e da cui si diparte per cominciare il lungo cammino che accompagna l’intera vita degli uomini.
- All’inizio esso si manifesta, se non ostacolato, soprattutto nel gioco dei bambini, del tutto sovrani ed autonomi nel concepirlo e nel suscitarlo originalmente e creativamente, liberamente dandovi prima inizio e poi fine. Per suo mezzo si anticipa il corso della vita ed a questa ci si prepara, acquisendo fondamentali caratteristiche e sviluppando numerose e complesse funzioni che nella vita si ritroveranno e saranno perciò perfettamente funzionali alla stessa.
- Nelle prime età della vita, al movimento sovrintendono particolari figure di maestri, che accompagnano nella vita (veri accompagnatori e guide) naturalmente maestri (la famiglia) o a ciò deputati, perché adeguatamente formati e preparati (a, educatori di tutte le conoscenze importanti e b, educatori del moto come fenomeno principe e c, anche curatori della salute e del benessere di ogni essere umano: ovvero i Maestri, gli Esperti di Moto ed i Pediatri ed altre Figure ed Operatori della Sanità e del Benessere).
- Nei primi anni di vita, il movimento naturalmente accompagna ed è presente in ogni giornata dei bambini e va solo assecondato e guidato, il che richiede formazione, perizia, sensibilità e grande responsabilità.
- Il movimento dei primi anni riempie e proprio definisce il mondo dei piccoli ed aiuta a determinare e a definire la formazione giovanile, quella fase – che è a sé ed ha senso e compimento già in se stessa – che fa passare alle fasi successive della vita.
- La formazione motoria giovanile (o, anche, la formazione di vita giovanile, se è vero come è vero che il movimento, il motorio, è vita) si avvale massimamente del gioco spontaneo e libero (i bambini giocano i giochi di sempre in maniera sempre nuova, sempre originale e creativa), ma anche di movimento gioioso in natura (passeggiate ed esplorazioni nell’ambiente naturale, terrestre ed acquatico, e nei differenti contesti di vita, pianura, montagna, campagna) ed anche del movimento gioioso di acrobazie e forme di giocoleria adeguate all’età: insomma, di tutto ciò che sia scoperta motoria e sorprenda e stimoli la curiosità e la voglia di conoscere e di sperimentare: il bambino che si affaccia sul mondo ed alla vita.
- I bambini si iniziano da soli al movimento, nel quadro della loro crescita e del loro naturale sviluppo, ma è significativa l’opera degli educatori, essi stessi iniziati – doverosamente iniziati – con una formazione ed un apprendistato lunghi e complessi, fatto di studi specifici e di costante applicazione.
- Le fasi successive prevedono, per tutti e sempre ad opera di esperti conoscitori, una nuova iniziazione al movimento, che di questo illustri il ruolo, il significato, i vantaggi e la necessità che nella vita sia rappresentato sempre e mai ostacolato, in nessuna fase, non solo quando c’è la salute, quando è parte fondamentale della prevenzione, ma anche nella malattia, perché sovente parte della terapia e comunque sostegno e supporto della vita. Questa iniziazione al movimento per tutta la vita avvia alla pratica attiva del movimento, inserito stabilmente nelle proprie giornate, che continuerà ed accompagnerà ogni fase della vita fino alla terza e alla quarta età.
- Una particolare iniziazione, anche questa nelle mani di particolari esperti, differenti da tutti gli altri cultori del movimento, è possibile per coloro che desiderano esplorare la propria capacità di prestazione motoria, attingendo alle attitudini innate e alle capacità cui si giunge con una preparazione a forme più elevate, più difficili, più impegnative di particolari sequenze di gesti. Si chiama questa iniziazione allo sport e può esitare nella pratica dello sport, che contiene, oltre al movimento, l’aspetto – sempre essenziale nella vita – del gioco ed anche quello dell’agonismo, caratterizzato quest’ultimo dal fair play verso sé e verso gli altri contendenti. Tale conoscenza ed approfondimento del movimento (pratica dello sport) può durare un certo numero di anni, finché conserva le caratteristiche di gioco motorio. Perdere il carattere di gioco significa entrare nel mondo del lavoro caratterizzato da impegni precisi non sempre coincidenti con la libera volontà e segnati invece da speciali doveri da rispettare e da aspettative cui corrispondere.
- Il movimento che si esprime nello sport dei migliori e di tutti coloro che desiderano esprimerlo in una forma e con modalità tali da farne una professione e trasformarlo, anche, in uno spettacolo per masse di persone, perde sostanzialmente i caratteri del gioco per acquisire quelli del lavoro e di una professione/spettacolo. Su di esso vigilano altri esperti, per le speciali caratteristiche di spettacolo che, in questi casi, assume la pratica del movimento (sport di alto livello: organizzazioni di campionati, società ed imprese, quotazioni in borsa, sponsorizzazioni, interessi economici, ruolo nell’economia dei Paesi, ecc.).
- Il termine così ubiquitario di movimento esige, sempre, di essere precisato ed opportunamente collocato ed accortamente attribuito. Segna e caratterizza la vita di ogni essere umano, ma in maniera anche estremamente differente a seconda delle età e con modalità diverse in base all’utilizzazione che se ne intende fare.
- Un Paese che del movimento intende avvalersi perché lo identifica, almeno in parte, con la cultura, tiene ben distinto ruolo e significato del movimento nelle diverse fasce di età e rispetto ai diversi intendimenti. Distinguere significa preoccuparsene e garantirne la prosperità (per realizzare il complessivo benessere della popolazione), con opportuni mezzi e risorse organizzative e finanziarie, opportuna formazione degli addetti ai lavori, impegno strenuo (anche ad opera e per l’azione concreta e per bocca dei massimi rappresentanti delle istituzioni della Nazione) per collocarlo davvero dentro la vita delle persone e, nel tempo, sempre più nella cultura del Paese. Il principio basilare è, comunque, il seguente: che vi sia il movimento sempre; ma il gioco motorio dei bambini viene prima di tutto e deve essere garantito, protetto e sollecitato; ed imposta, se necessario, la cura di esso presso gli educatori che devono farsene carico. (©BP, MB, GDM, MV, 2020)
18. Fui reinvitato, informalmente, per un’altra audizione, qualche tempo dopo. Ma dissi (lo avevo già detto a me stesso, alla fine del giorno della prima), dissi, semplicemente, dandovi il senso che meritava e che fortemente sentivo: “Mai più!”