Il mio intervento propone un’analisi critica del divario tra la retorica politica e la comprensione scientifica del movimento umano nella cultura dei decisori pubblici, denunciando come l’uso superficiale dei concetti, e delle politiche che dovrebbero derivarne, comprometta la capacità del Paese di riconoscere al movimento la sua importanza fondamentale sul piano biopsicosociale ed educativo. Discuto l’esperienza di una audizione parlamentare alla quale sono stato invitato, durante la quale ho evidenziato l’emergente marginalizzazione culturale e istituzionale del movimento, impropriamente ridotto a semplice sinonimo di sport. Propongo successivamente una prospettiva sistemica: il movimento precede la vita extrauterina, struttura lo sviluppo infantile attraverso il gioco motorio, diritto sancito dalla Convenzione ONU, e rappresenta la base neurobiologica e funzionale dell’apprendimento, della salute e della partecipazione sociale. La formazione motoria di base è indicata come architrave del benessere individuale e collettivo, da promuovere attraverso la scuola, la famiglia e professionisti qualificati. Lo sport costituisce solo una possibile declinazione del movimento, non il suo fondamento. Concludo affermando la necessità di riconoscere il movimento come infrastruttura vitale della società, distinguendolo chiaramente dallo sport, e di costruire una politica nazionale che lo tuteli lungo l’intero arco della vita. Solo in questo modo il movimento potrà diventare una leva di salute pubblica, equità educativa e coesione sociale.